Continua incessante il tour di presentazioni di 108 metri, che non si è fermato neanche d’agosto, mentre si avvicina una nuova ristampa del titolo. Ecco la lista delle prossime date in continuo aggiornamento. Stay tuned (orari e indirizzi arriveranno via via).

 

_2 ottobre Bolzano Biblioteca civica
_6 ottobre Volterra Ultima frontiera
_9 ottobre Bergamo Circolo Barrio campagnola
_10 ottobre Milano Liceo Leonardo Da Vinci
_19 ottobre Follonica, Museo Magma
_26 ottobre Firenze, Libreria La cité
_31 ottobre, Venezia Università Ca’ Foscari

_9 novembre: Roma, Festival Economia come
_10 Novembre: presentazione collana working class al Vag di Bologna

_11 novembre: Pisa Book festival, ore 15
_15 novembre: seminario all’Università di Bologna + presentazione in un’aula universitaria
_22 novembre: Macerata, centro sociale Sisma
_30 novembre: Roma, Centro giovani, piazza di Cinecittà 11.

Pubblico una lista delle prime 17 presentazioni di 108 metri. Altre ne verranno.

Una doverosa precisazione. Con Amianto ho fatto  più di 150 presentazioni in due anni, ma ci sono voluti sei anni per pubblicare un altro libro. Voglio dire: giusto presentare un libro, tenere il sedere per strada, incontrare i lettori. Però considerate anche che una presentazione di due ore implica spesso due giorni di viaggio e quindi di latitanza dalla scrivania (senza considerare le decine di mail organizzative, per cui capita che si scrivano più mail che narrativa).

Come policy: posso coprire facilmente la Toscana. Andrò in tutte le grandi città del centro nord (Milano-Torino-Bologna-Genova-Firenze-Roma) e almeno Napoli, Bari, Foggia e Cagliari nel Sud. In alcuni luoghi, per questioni di comodità logistica rispetto alla mia residenza, posso tornare più volte (ad esempio Roma o Livorno). In altri dovrò raccogliere più inviti e poi pensare a un unico evento collettivo.

Purtroppo la mia logistica è complicata. Abito in una zona di provincia mal servita dai trasporti e ho una bambina piccola, che non c’era all’epoca di Amianto. Ogni spostamento implica grandi organizzazioni familiari su chi va e viene all’asilo, spostamenti di orari sui turni di lavoro, ferie da prendere, difficoltà che un tempo non c’erano.

Pertanto se rifiuto un invito, vi chiedo di comprendere la situazione e di non prendervela. Se lo accetto, facciamo in modo che sia un evento generalista e collettivo. Vorrei evitare certe situazioni che talvolta capitano quando si fanno delle presentazioni: “se vai a Navacchio allora tra un mese devi venì anche a Calcinaia perché noi di Calcinaia non si va da quelli di Navacchio…”.  Oppure: “vieni qui che almeno ti fai un bel giro e poi presenti il libro”. O anche: “Eh, non è venuta tanta gente, eppure avevamo fatto anche l’evento su facebook però sai c’era la fiera del buristo nello stesso giorno ma se torni tra un mese vedrai..”. Ecco: se vengo, probabilmente rinuncio a fare giri ma vengo di corsa per la presentazione per poi tornare all’asilo in tempo. Quindi sbattiamoci per stanare la gente casa per casa. Attacchiamoci ai campanelli e stacchiamoli dalla televisione, visto che qualche fatica la faccio anch’io per esserci. Ai tempi di Amianto battevo anche i paesini, circolino arci per circolino arci… adesso mi è impossibile.  Altro ragionamento declinato in chiave politica: “hai accettato un invito dal centro politico  X allora devi venire anche nella sede del centro sociale Y”. In termini generali, preferirei evitare inviti partitici, per fare piuttosto presentazioni generaliste in librerie o spazi pubblici. Poi ovviamente ci sono centri sociali con cui ho legami di amicizia lunghissimi a cui non posso dire di no, però, ecco, magari… anche se quello non sarà il vostro centro sociale preferito, entrate e vedrete che starete ugualmente bene.

L’ideale in termini di presentazioni è farne 50 di qui a fine 2018/inizio 2019. Quindi non abbiamo fretta: se non accetto subito un invito, magari sarà più semplice d’inverno.

E lo ripeto: meno presentazioni faccio, più scrivo, prima esce il prossimo e voi tornate a leggermi e si chiude questa fottuta trilogia working class. Che per scrivere 140 dannate pagine mi ci vogliono anni, tra scriverle e viverle.

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Domani esce per Editori Laterza il mio nuovo libro: 108 metri. The new working class hero.

Per ragioni che saranno evidenti nel corso della lettura, nel volume in stampa ringrazio solo i cessi di Bristol e le mense del Dorset.

Ma a margine ci sono alcune persone verso cui ho un debito di riconoscenza.

I lettori-cavia per aver testato la corsa, evidenziando le “paglie” – i riccioli d’acciaio da molare – sui binari: Giulia Romanin Jacur, Francesco Zucconi, Dimitri Chimenti, Adriano Masci, Tommaso De Lorenzis, Gaia Cangioli.

I Wu Ming del’Officina Grandi Riparazioni Testuali per la manutenzione permanente dei motori narrativi e per i dispositivi di scambio sui binari del racconto.

Giovanni “capotreno” Carletti e tutto il personale di macchina di Laterza per l’entusiasmo e la collaborazione in tutte le fasi, dalla lettura del manoscritto alle bozze fino al lancio (Bianca, Cinzia, Anna, Nicola, Rosa, Lia, Manuela, Agnese e tutto il resto della redazione tra le due stazioni di Bari e Roma).

Gli eroi working class al controllo qualità: Emiliano e Raffello Pacini, Stefano Pellecchia.

Giulio, Salvatore e Pietro per aver garantito la linea ibrida della stazione del Pigneto, sicuro approdo degli scrittori working class.

Marta Fana per la disponibilità all’interruzione del servizio e al blocco ferroviario totale con ripercussioni sul traffico su scala europea in caso di eventuale rifiuto editoriale.

Vanessa Roghi per le stazioni tra Kansas City e Barbiana.

E poi ancora Sara Bucci, Roberta Papi, Stefano Erasmo Pacini, Elettra (la prole della scrittura prole-taria) e tanti altri ancora che hanno camminato con me, per 108 metri o anche più, per portare in libreria questa rotaia incandescente di parole.

di Alberto Prunetti

 

Di solito non rileggo i libri che ho già letto. Penso che la lettura sia un evento irripetibile, legato a certe condizioni emotive e personali. Per questo, mentre leggevo “La lettera sovversiva”, il libro di Vanessa Roghi su “Lettera a una professoressa”, mi sono ritrovato a scoprire che le pagine della scuola di Barbiana, lette a quindici anni, le ricordavo a tratti a memoria. E che ancora una volta, non avevo bisogno di rileggere.

Così ho recensito il libro di Vanessa in una maniera un po’ sperimentale, tentando una recensione narrativa che uscirà domani su Lavoro culturale, mentre mi sto preparando per incontrare Vanessa a Siena: venerdì 17 infatti presenteremo nella sala storica della biblioteca degli Intronati prima il suo documentario su Don Milani e poi il libro edito da Laterza.

Eppure quel libro bianco stampato in una carta porosa dalla Libreria Editrice Fiorentina, quella Lettera che mescolava il pamphlet, l’inchiesta, il genere epistolare, il memoriale, l’invettiva e il saggio, quell’assurdo oggetto narrativo ibrido, che è il genere non riconosciuto dove forse si scrivono le cose più importanti, mi interrogava. E lo faceva dal tavolo della mia scrivania, dove lo avevo lasciato per giorni, assieme a “L’obbedienza non è più una virtù” e “Esperienze pastorali”. Guardavo quel libro ingiallito, con la copertina sporca, e pensavo a me stesso adolescente. Ero proprio come uno di quei ragazzi di Barbiana, timido, introverso, appartenente a una classe subalterna, uno che chiedeva alla scuola se doveva starsene al proprio posto o rubare piuttosto la lingua della cultura ai figli di papà.

Temevo di rileggerlo, quel libro, perché temevo di scoprirmi diverso da quell’adolescente che l’aveva letto ormai tanti anni fa. Provavo a saggiare le pagine a caso e le parole di Barbiana tornavano alla testa come il vino buono quando lo aspiri con la gomma dalla damigiana. Poi chiudevo il libro. Poi lo riaprivo.

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Piccolo kit di smontaggio. Un antidoto per il veleno razzista e maschilista

di Alberto Prunetti

 

Per smontare le panzane razziste che rischiano di sommergere anni di accoglienza e di pratica della solidarietà nella gora delle passioni tristi.

(Edizione locale follonichese, replicabile sotto qualsiasi latitudine).

 

 

1.

Il razzismo è un dispositivo che alimenta l’odio contro il povero per tutelare il ceto medio-alto in rapida crisi. Serve anche a dare l’impressione a una parte dei poveri in crisi di non essere completamente alla mercé di trasformazioni sociali che non si sanno comprendere. In realtà, è un colpo di zappa sui piedi. Una toppa peggiore del buco.

La mia definizione è mediata da Umberto Eco e la trovate in questo fondamentale articolo qui:

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1995/07/02/identikit-del-fascista.html?refresh_ce

 

2.

L’episodio di Follonica (due donne ingabbiate in un centro commerciale) mescola razzismo, maschilismo, odio verso i poveri e cyberbullismo. E’ un precipitato delle tossine che gli imprenditori politici della paura diffondono per indebolire il corpo sociale e poter soffiare sul fuoco dei mantra di destra. Roba del tipo: “cittadini esasperati che non ne possono più”, “a casa loro” etc etc. In realtà di esasperante in certe vicende c’è solo la povertà e la miseria sociale.

 

3.

Ho attualizato alcune di queste suggestioni di Eco in un articolo sul fascismo da social media, in cui descrivo il lavoro di infezione virale che comincia nella solitudine dell’avatar  e finisce in un parcheggio di un supermercato davanti a una videocamera, per poi rimbalzare nell’ora d’odio sui commenti di FB. (Scritto ovviamente qualche settimana fa, ma bisogna saper anticipare i mala tempora che corrono):

 

Appunti sul Social-fascismo. La condivisione delle «idee senza parole»

 

4.

Anni fa scrissi un’inchiesta in quattro parti in cui smontavo alcuni pregiudizi contro i rom e ne contestualizzavo le difficoltà sociali. E’ ancora attuale e non è stata smentatita. Anzi, è stata ripresa e confermata su ogni punto.

Qui la trovate in quattro parti:

https://www.carmillaonline.com/?s=luoghi+comuni+rom

 

E le quattro parti sono state raccolte in un unico file.

 

http://www.ristretti.it/commenti/2008/gennaio/pdf3/rom_prunetti.pdf

 

 

5.

In quell’immagine oscena, nel frame della donna in gabbia, c’è tutto l’orrore del presente. Ridere di una donna in gabbia è un atto disumano. E’ il riso del nazista sulla vittima, è lo sberleffo atroce del carnefice.

Comprendere, mettersi nei loro panni, sconfiggere chi tenta di dividere il corpo sociale. Chiedersi a chi serve la guerra tra poveri.

 

6.

Leggere non basta. Mobilitarsi con la testa. Studiare col cuore. Praticare la solidarietà. Non abboccare al rancore. Non cedere alle passioni tristi.

Non fare di Follonica o di qualsiasi altro posto una comunità del rancore. Il vero degrado è il fascismo e il razzismo. Un atto razzista distrugge anni di lavoro sociale, se non si risponde subito aprendo cuori e intelligenze.

 

Una foto di scena di Valeria Collina

Una foto di scena di Valeria Collina

Lo shot reading di Amianto, una storia operaia messo in scena da Tamara Bartolini e Michele Baronio lo scorso 27 ottobre, nell’ambito del festival teatrale Attraversamenti, diretto da Alessandra Ferraro e Pako Graziani di Margine Operativo, è stata un’esperienza toccante, per chi scrive e credo anche per gli attori e il pubblico. La performance ha ricevuto ben tre segnalazioni che indico di seguito.

Su Teatro e critica, la recensione di Lucia Medri: http://www.teatroecritica.net/2016/11/bartolinibaronio-operai-culturali-per-amianto/

Su Il tablod, ne scrive Maria Chiara D’Apote: http://www.iltabloid.it/blog/2016/11/07/amianto-una-storia-operaia-di-alberto-prunetti/

Infine la segnalazione sul blog di Attraversamenti multipli:  http://www.attraversamentimultipli.it/blog/amianto-una-storia-operaia-giorni-di-cieli-plumbei/

Il duo Bartolini-Baronio ha intenzione di trasformare lo shot reading in un progetto teatrale più esteso.

Amianto intanto continua a mutare pelle e a viaggiare. Segnalo per la prossima settimana una presentazione/reading/discussione in un mini-tour Svizzero: venerdì 18 novembre a Zurigo e sabato 19 a Berna.

 

Alegre-amianto[Dopo aver letto Amianto, una storia operaia l’antropologo Raúl Zecca Castel, autore di Come schiavi in libertà (ed. Arcoiris, 2015) mi ha inviato una sua lettura antropologica del libro. Non si tratta tecnicamente di una recensione, ma sono righe molto interessanti che in forma breve esplorano una dimensione di etnografia partecipata che era parte del mio progetto e che forse solo adesso viene messa in evidenza]. A.P.

Su Amianto
di Raúl Zecca Castel
Amianto è un libro urgente. Si legge tutto d’un fiato o non si legge affatto.
È una pietra rotolante, piena di spigoli, che si fa valanga, una pagina dopo l’altra. Sono parole taglienti come fibre d’asbasto, che feriscono l’anima, prima fra tutte quella di chi scrive, e ne sgorga un veleno dolce, eccitante. Ma chi scrive non è l’autore, niente di più lontano. È Alberto, figlio di Renato, un semplice lavoratore, un operaio morto, un morto ammazzato, a colpi d’amianto.
Per questo, Amianto, è un’auto-bio-etnografia di famiglia, un oggetto letterario ibrido, narrativa scientifica, diario di bordo, inchiesta giornalistica, esercizio terapeutico di catarsi non solo individuale. Alberto è un inconsapevole antropologo di sé stesso, della sua genealogia. Non ha bisogno di calarsi nella realtà che descrive alla ricerca del presunto punto di vista dei nativi come vorrebbe la migliore tradizione malinowskiana. Lui ci è nato in quella realtà, in quel campo d’indagine lastricato di metalli pesanti e costellato di fabbriche; è a tutti gli effetti un nativo, la sua osservazione è irrimediabilmente partecipante. In ciò sta l’enorme valore di Amianto: essere una testimonianza diretta, da dentro, da quel mondo grigio e tossico, e allo stesso tempo essere il racconto di un sopravvissuto, di un’ennesima potenziale vittima mancata, perché Alberto ora scrive, si dedica al lavoro culturale, il lavoro della memoria, e può farlo solo nella distanza, liberato dall’apnea che quel mondo gli imponeva, perché il sapere sa l’essere che non è, e non occorre scomodare la semiotica di Peirce per capirlo. E tuttavia la distanza, lo scrivere, il lavoro intellettuale, comporta e trascina con sé quel senso di colpa che le pagine di Amianto in qualche modo cercano di razionalizzare, metabolizzare, digerire, significare, possibilmente risolvere. Alberto può scrivere perché Renato ha sacrificato la sua vita per lui. Di qui l’esperimento catartico. Ma la questione non è a due. Freud non ha nulla da dire qui. Il conflitto non è familiare, non riguarda un figlio e un padre o Edipo. Riguarda padroni e operai, capitale e lavoro. Riguarda il potere, le classi sociali, la vita e la morte. Avrebbero invece molto da dire Deleuze e Guattari, con la loro schizoanalisi antiedipica, invitando a desiderare prima la denuncia dell’esistente e poi la rivolta, perché questo fa Alberto quando scrive di Renato, che è simbolo ed esempio generazionale della classe operaia più umile, lavoratrice e sconfitta. Renato è tanti, moltitudine, nome di tutte le vittime anonime dell’ennesima strage impunita. Vite che valgono poco per chi conta; gente che a stento sa contare fino a settanta, gli euro che allunga di malavoglia nelle pensioni di reversibilità.
Amianto è un cavallo imbizzarrito. Nessuna carezza sul muso lo può ammansire.

di Alberto Prunetti

tessera iplomQuando il mi babbo mi diceva “te l’avevo detto”, mi stava sulle scatole. Però a volte aveva ragione. Sulla IPLOM di Busalla, sugli incidenti di quella raffineria che dalla costa attrae petrolio, lo raffina e lo spedisce alle industrie della Val Padana, sugli sversamenti di idrocarburi che lui conosceva bene… ce l’aveva detto. E mi sta sulle scatole sentirlo e sentirmi una sorta di Cassandra, ma la verità era sotto gli occhi di tutti, dalla Valle Scrivia alla creuza nei pressi di Genova. Basta un po’ di whitewashing aziendale a nascondere la verità? Chissà. Intanto consiglio la lettura di un paio di pagine di Amianto dove si parla della Iplom, dove Renato, mio padre, ha lavorato sette anni, tra un disastro industriale e un incidente, prima che le cellule dei suoi polmoni impazzissero. Quando ci passate accanto alla Iplom, sull’autostrada che porta a Milano, fate un piccolo esercizio yoga che si chiama pranayama. Ovvero respirate. A quel punto potrete capire Amianto, una storia operaia alla perfezione. Fino a entrare nei polmoni del protagonista, che quell’aria l’ha respirata sette anni. O nei polmoni di chi vive accanto alla raffineria, che la respira tutti i giorni.

“Busalla è un piccolo paese in una vallata dell’Appennino ligure. Una corona di casette circondate dal verde dei boschi, tagliati dall’autostrada che da Genova sale fino a Milano. Ci vivono circa seimilacinquecento persone. Ma non sembra un paese, soprattutto passando dalla ferrovia o dall’autostrada Milano-Genova, di notte, quando decine di migliaia di tubi al neon creano un’allucinazione inquietante: un drago sbuffante di tubi e raccordi, un groviglio di cisterne, ciminiere e torrette, chilometri di tubature che sommergono Busalla e occupano la stretta valle Scrivia. La raffineria è dentro la valle, dentro la città e la gente vive prigioniera del drago. A poche decine di metri dalle abitazioni dei busallesi si lavorano gasoli, bitumi e oli combustibili e si realizza chimicamente la desolforazione dell’idrogeno.
Se poi una scintilla raggiunge una cisterna di gasolio e l’impianto si incendia, sembra sciogliersi anche l’asfalto per le strade di Busalla. Ma loro, i busallesi, sono costretti a vivere con il drago, come i tarantini, come i piombinesi: sono stretti nella morsa della fabbrica sia fisicamente, sia psicologicamente, perché lo stabilimento dà il ricatto del pane e pretende il diritto di inquinare. I sindacati del posto non sono descritti come particolarmente battaglieri – Renato lasciò per un anno le sue buste paga a un delegato busallese per avviare la prima volta la pratica Inps per i cosiddetti ‘benefici’ dei lavoratori esposti all’amianto: dovette andare a riprendersele dopo un anno senza che il tipo le avesse nemmeno tolte da un cassetto – mentre i proprietari mantengono le paghe un po’ più alte e fanno qualche investimento educativo per migliorare l’immagine aziendale.
Azienda che oltre a fatturare milioni di euro all’anno – da spartire tra la Finoil, la svizzera Energy Management e altre società statunitensi che rimandano alla francese Société Générale – alla gente del posto lascia qualcosa con cui campare e tanto inquinamento e malattie, come sostengono le associazioni locali che ne chiedono il trasferimento.

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PCSP BresciaTre incontri in rapido avvicinamento tra Brescia e Bergamo. Il 16 marzo, presento PCSP (Piccola Controstoria Popolare) presso il Barrio Campagnola a Bergamo alle ore 21 (v. F. Dell’Orto 20). Il 17 marzo, la mattina incontro gli studenti di un Istituto tecnico professionale di Brescia per parlare di Amianto, una storia operaia, mentre alle 20,30 presento di nuovo PCSP nella casa del popolo E. Natali in via Risorgimento 18, sempre a Brescia.

Giornate di ricorrenze, di impegni e di partenze.

 

pcsp-alegre-copertina In questi giorni abbiamo festeggiato i cinque anni della rivista Lavoro culturale: http://www.lavoroculturale.org/5-anni-di-lavoro-culturale/

 

Ricordo bene il lancio del seminario che fu uno dei primi atti dell’associazione culturale omonima. Nell’umida sala cinema della facoltà di Lettere di Siena io ragionai attorno al mio lavoro culturale di traduttore, mentre Wu Ming 1 tenne una memorabile conferenza su tempo, rivolta e utopia a partire da due opere di fantascienza:  http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=4353 (andatevi a cercare il podcast).

Su Carmilla poi ripubblicai il post del lavoro culturale, firmato da Francesco Zucconi: http://www.carmillaonline.com/2011/01/29/il-lavoro-culturale-ai-tempi-d/

 

4 pard PCSP

I 4 pard di PCSP per la matita di Dante Ossi

Venendo ai prossimi impegni, mi aspetta un impegnativo triplete: per ragioni che hanno a che vedere con bizzare sovrapposizioni, giovedì 4 febbraio a Bologna sarò presente in tre eventi.

_Alle 17,30 presso la Mediateca Gateway in via San Petronio Vecchio 33b farò un reading con brani di Amianto, una storia operaia e di PCSP:  https://www.facebook.com/events/598752956932441/

_Dalle 18,30 presso il BAR Dé Marchi in Piazza San Francesco, 4  PIUPRATEL e AFEVA Emilia Romagna organizzano un evento attorno al problema dell’amianto. Interverranno anche Andrea Caselli di Afeva e l’avvocato e scrittore Massimo Vaggi, mentre Il Teatro Subito leggerà brani del mio libro Amianto, una storia operaia. Anche se mi sarà impossibile fermarmi a lungo, farò anch’io un passaggio per una lettura e qualche anatema: https://www.facebook.com/events/225442451123362/

_Infine alle 21 presso la Libreria Modo in via Mascarella 24b ci sarà la presentazione di PCSP (Piccola Controstoria Popolare) col sottoscritto, Wu Ming 1, curatore della Collana Quinto Tipo di Alegre, Adriano Masci e Marco Mongelli di 404:file not found (altra rivista culturale che ha un percorso simile a quello del Lavoro culturale): https://www.facebook.com/events/828294553946290/

 

Infine un addio: è partito per il suo ultimo reportage Astrit Dakli, per anni corrispondente dall’Unione Sovietica del Manifesto. I suoi preziosi consigli mi furono utili in un viaggio in una delle Repubbliche dell’ex URSS.  http://ilmanifesto.info/e-morto-astrit-dakli/

Ciao, Astrit.

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