Alegre-amianto[Dopo aver letto Amianto, una storia operaia l’antropologo Raúl Zecca Castel, autore di Come schiavi in libertà (ed. Arcoiris, 2015) mi ha inviato una sua lettura antropologica del libro. Non si tratta tecnicamente di una recensione, ma sono righe molto interessanti che in forma breve esplorano una dimensione di etnografia partecipata che era parte del mio progetto e che forse solo adesso viene messa in evidenza]. A.P.

Su Amianto
di Raúl Zecca Castel
Amianto è un libro urgente. Si legge tutto d’un fiato o non si legge affatto.
È una pietra rotolante, piena di spigoli, che si fa valanga, una pagina dopo l’altra. Sono parole taglienti come fibre d’asbasto, che feriscono l’anima, prima fra tutte quella di chi scrive, e ne sgorga un veleno dolce, eccitante. Ma chi scrive non è l’autore, niente di più lontano. È Alberto, figlio di Renato, un semplice lavoratore, un operaio morto, un morto ammazzato, a colpi d’amianto.
Per questo, Amianto, è un’auto-bio-etnografia di famiglia, un oggetto letterario ibrido, narrativa scientifica, diario di bordo, inchiesta giornalistica, esercizio terapeutico di catarsi non solo individuale. Alberto è un inconsapevole antropologo di sé stesso, della sua genealogia. Non ha bisogno di calarsi nella realtà che descrive alla ricerca del presunto punto di vista dei nativi come vorrebbe la migliore tradizione malinowskiana. Lui ci è nato in quella realtà, in quel campo d’indagine lastricato di metalli pesanti e costellato di fabbriche; è a tutti gli effetti un nativo, la sua osservazione è irrimediabilmente partecipante. In ciò sta l’enorme valore di Amianto: essere una testimonianza diretta, da dentro, da quel mondo grigio e tossico, e allo stesso tempo essere il racconto di un sopravvissuto, di un’ennesima potenziale vittima mancata, perché Alberto ora scrive, si dedica al lavoro culturale, il lavoro della memoria, e può farlo solo nella distanza, liberato dall’apnea che quel mondo gli imponeva, perché il sapere sa l’essere che non è, e non occorre scomodare la semiotica di Peirce per capirlo. E tuttavia la distanza, lo scrivere, il lavoro intellettuale, comporta e trascina con sé quel senso di colpa che le pagine di Amianto in qualche modo cercano di razionalizzare, metabolizzare, digerire, significare, possibilmente risolvere. Alberto può scrivere perché Renato ha sacrificato la sua vita per lui. Di qui l’esperimento catartico. Ma la questione non è a due. Freud non ha nulla da dire qui. Il conflitto non è familiare, non riguarda un figlio e un padre o Edipo. Riguarda padroni e operai, capitale e lavoro. Riguarda il potere, le classi sociali, la vita e la morte. Avrebbero invece molto da dire Deleuze e Guattari, con la loro schizoanalisi antiedipica, invitando a desiderare prima la denuncia dell’esistente e poi la rivolta, perché questo fa Alberto quando scrive di Renato, che è simbolo ed esempio generazionale della classe operaia più umile, lavoratrice e sconfitta. Renato è tanti, moltitudine, nome di tutte le vittime anonime dell’ennesima strage impunita. Vite che valgono poco per chi conta; gente che a stento sa contare fino a settanta, gli euro che allunga di malavoglia nelle pensioni di reversibilità.
Amianto è un cavallo imbizzarrito. Nessuna carezza sul muso lo può ammansire.

di Alberto Prunetti

tessera iplomQuando il mi babbo mi diceva “te l’avevo detto”, mi stava sulle scatole. Però a volte aveva ragione. Sulla IPLOM di Busalla, sugli incidenti di quella raffineria che dalla costa attrae petrolio, lo raffina e lo spedisce alle industrie della Val Padana, sugli sversamenti di idrocarburi che lui conosceva bene… ce l’aveva detto. E mi sta sulle scatole sentirlo e sentirmi una sorta di Cassandra, ma la verità era sotto gli occhi di tutti, dalla Valle Scrivia alla creuza nei pressi di Genova. Basta un po’ di whitewashing aziendale a nascondere la verità? Chissà. Intanto consiglio la lettura di un paio di pagine di Amianto dove si parla della Iplom, dove Renato, mio padre, ha lavorato sette anni, tra un disastro industriale e un incidente, prima che le cellule dei suoi polmoni impazzissero. Quando ci passate accanto alla Iplom, sull’autostrada che porta a Milano, fate un piccolo esercizio yoga che si chiama pranayama. Ovvero respirate. A quel punto potrete capire Amianto, una storia operaia alla perfezione. Fino a entrare nei polmoni del protagonista, che quell’aria l’ha respirata sette anni. O nei polmoni di chi vive accanto alla raffineria, che la respira tutti i giorni.

“Busalla è un piccolo paese in una vallata dell’Appennino ligure. Una corona di casette circondate dal verde dei boschi, tagliati dall’autostrada che da Genova sale fino a Milano. Ci vivono circa seimilacinquecento persone. Ma non sembra un paese, soprattutto passando dalla ferrovia o dall’autostrada Milano-Genova, di notte, quando decine di migliaia di tubi al neon creano un’allucinazione inquietante: un drago sbuffante di tubi e raccordi, un groviglio di cisterne, ciminiere e torrette, chilometri di tubature che sommergono Busalla e occupano la stretta valle Scrivia. La raffineria è dentro la valle, dentro la città e la gente vive prigioniera del drago. A poche decine di metri dalle abitazioni dei busallesi si lavorano gasoli, bitumi e oli combustibili e si realizza chimicamente la desolforazione dell’idrogeno.
Se poi una scintilla raggiunge una cisterna di gasolio e l’impianto si incendia, sembra sciogliersi anche l’asfalto per le strade di Busalla. Ma loro, i busallesi, sono costretti a vivere con il drago, come i tarantini, come i piombinesi: sono stretti nella morsa della fabbrica sia fisicamente, sia psicologicamente, perché lo stabilimento dà il ricatto del pane e pretende il diritto di inquinare. I sindacati del posto non sono descritti come particolarmente battaglieri – Renato lasciò per un anno le sue buste paga a un delegato busallese per avviare la prima volta la pratica Inps per i cosiddetti ‘benefici’ dei lavoratori esposti all’amianto: dovette andare a riprendersele dopo un anno senza che il tipo le avesse nemmeno tolte da un cassetto – mentre i proprietari mantengono le paghe un po’ più alte e fanno qualche investimento educativo per migliorare l’immagine aziendale.
Azienda che oltre a fatturare milioni di euro all’anno – da spartire tra la Finoil, la svizzera Energy Management e altre società statunitensi che rimandano alla francese Société Générale – alla gente del posto lascia qualcosa con cui campare e tanto inquinamento e malattie, come sostengono le associazioni locali che ne chiedono il trasferimento.

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PCSP BresciaTre incontri in rapido avvicinamento tra Brescia e Bergamo. Il 16 marzo, presento PCSP (Piccola Controstoria Popolare) presso il Barrio Campagnola a Bergamo alle ore 21 (v. F. Dell’Orto 20). Il 17 marzo, la mattina incontro gli studenti di un Istituto tecnico professionale di Brescia per parlare di Amianto, una storia operaia, mentre alle 20,30 presento di nuovo PCSP nella casa del popolo E. Natali in via Risorgimento 18, sempre a Brescia.

Giornate di ricorrenze, di impegni e di partenze.

 

pcsp-alegre-copertina In questi giorni abbiamo festeggiato i cinque anni della rivista Lavoro culturale: http://www.lavoroculturale.org/5-anni-di-lavoro-culturale/

 

Ricordo bene il lancio del seminario che fu uno dei primi atti dell’associazione culturale omonima. Nell’umida sala cinema della facoltà di Lettere di Siena io ragionai attorno al mio lavoro culturale di traduttore, mentre Wu Ming 1 tenne una memorabile conferenza su tempo, rivolta e utopia a partire da due opere di fantascienza:  http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=4353 (andatevi a cercare il podcast).

Su Carmilla poi ripubblicai il post del lavoro culturale, firmato da Francesco Zucconi: http://www.carmillaonline.com/2011/01/29/il-lavoro-culturale-ai-tempi-d/

 

4 pard PCSP

I 4 pard di PCSP per la matita di Dante Ossi

Venendo ai prossimi impegni, mi aspetta un impegnativo triplete: per ragioni che hanno a che vedere con bizzare sovrapposizioni, giovedì 4 febbraio a Bologna sarò presente in tre eventi.

_Alle 17,30 presso la Mediateca Gateway in via San Petronio Vecchio 33b farò un reading con brani di Amianto, una storia operaia e di PCSP:  https://www.facebook.com/events/598752956932441/

_Dalle 18,30 presso il BAR Dé Marchi in Piazza San Francesco, 4  PIUPRATEL e AFEVA Emilia Romagna organizzano un evento attorno al problema dell’amianto. Interverranno anche Andrea Caselli di Afeva e l’avvocato e scrittore Massimo Vaggi, mentre Il Teatro Subito leggerà brani del mio libro Amianto, una storia operaia. Anche se mi sarà impossibile fermarmi a lungo, farò anch’io un passaggio per una lettura e qualche anatema: https://www.facebook.com/events/225442451123362/

_Infine alle 21 presso la Libreria Modo in via Mascarella 24b ci sarà la presentazione di PCSP (Piccola Controstoria Popolare) col sottoscritto, Wu Ming 1, curatore della Collana Quinto Tipo di Alegre, Adriano Masci e Marco Mongelli di 404:file not found (altra rivista culturale che ha un percorso simile a quello del Lavoro culturale): https://www.facebook.com/events/828294553946290/

 

Infine un addio: è partito per il suo ultimo reportage Astrit Dakli, per anni corrispondente dall’Unione Sovietica del Manifesto. I suoi preziosi consigli mi furono utili in un viaggio in una delle Repubbliche dell’ex URSS.  http://ilmanifesto.info/e-morto-astrit-dakli/

Ciao, Astrit.

[La CGIL di Reggio Emilia ha organizzato una bella presentazione di Amianto per dopodomani, il 15 ottobre 2015. Ecco il comunicato stampa.] A.P.

 

COMUNICATO STAMPA di CGIL Reggio Emilia e AFEVA Emilia Romagna

AMIANTO. UNA STORIA OPERAIA: PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI ALBERTO PRUNETTI.

PARTECIPA RAFFAELE GUARINIELLO

 

Quella che vogliamo raccontare è la storia di un uomo, un operaio che “respira zinco, piombo e buona parte della tavola degli elementi di Mendeleev, fino a quando una fibra d’amianto trova la strada verso il torace”. La storia di un singolo che si fa storia collettiva e che Alberto Prunetti racconta con gli occhi di un figlio, perché Renato, il protagonista del libro, è suo padre, ma insieme con la lucidità di chi riconosce in quell’esperienza il senso di un’ingiustizia più ampia , che travalica il direttamente conosciuto e attraverso la scrittura si ribella.

 

reggio emilia amianto2

 

Partiremo da qui, GIOVEDÌ 15 OTTOBRE, dalle ore 15:30, in Camera del Lavoro, in un incontro pubblico che vuole tenere alta l’attenzione di cittadini e istituzioni sul tema dell’amianto in un territorio dove le fibre minerali dell’asbesto hanno prodotto una ferita non ancora rimarginata.

 

Per farlo ci saranno, insieme ad Alberto Prunetti autore di “Amianto. Una storia operaia”, edizione Alegre, il Procuratore della Repubblica e PM nel processo Eternit che si sta svolgendo a Torino, Raffaele Guariniello; il coordinatore di AfeVA (Associazione Familiari e Vittime Amianto) di Casale Monferrato, territorio che ha pagato un prezzo altissimo, Bruno Pesce; un ex-operaio delle Officine Grandi Riparazioni di Bologna, che ha vissuto sulla propria pelle il dramma di lavorare con l’amianto, Salvatore Fais; il responsabile Salute e Sicurezza della Cgil di Reggio Emilia che potrà fare il punto sulla situazione nella nostra provincia, Ciro Maiocchi.

A coordinare il dibattito arriverà Giorgio Mottola, giornalista di Report, Rai3, e già autore di diverse inchieste giornalistiche sull’amianto nel nostro Paese.

 

Un insieme di ospiti quelli chiamati dalla Cgil di Reggio Emilia, insieme allo sportello AFeVA della Camera del Lavoro, che testimonia la volontà di indagare un fenomeno che è insieme vicenda umana e storia del lavoro, vicenda processuale in corso e storia di giustizia negata. Ed ancora storia del presente, davanti al pericolo che l’amianto ancora rappresenta nel lavoro e nel territorio. L’amianto in Italia è illegale dal 1992 eppure c’è chi continua ad importarlo e chi continua a lavorarci a contatto.  E’ ancora presente in molte costruzioni civili e si ragiona di  mappatura e di smaltimento, con non poche difficoltà, di quantità ingenti di materiale.

Parlare di amianto insomma è una cosa seria.

(Questo articolo è uscito su Repubblica edizione Firenze domenica 19 aprile 2015. Ringrazio il Centro di documentazione Marco Vettori che sabato mattina mi ha messo un pc a disposizione per scriverlo al volo. Nella foto sono ritratti Osvaldo Soriano e il mio amico Osvaldo Bayer.).

soriano_bayerEduardo Galeano si starà rivoltando nella tomba. Osvaldo Soriano, che da qualche parte nel paradiso dei gatti e degli esuli sta palleggiando con una palla fatta di nuvole, riderà del surrealismo involontario degli italiani. In un comune toscano sarà presto affisso un cartello paradossale: “Divieto di calcio ai maggiori di anni undici”.
Sì, Osvaldo, hai sentito bene.
Un tempo c’erano le panchine, i ragazzini che inseguivano un pallone, i vecchi che caricavano una briscola, gli altri che guardavano i lavori di un cantiere improvvisato; le donne che facevano i ferri mentre prendevano il fresco sull’uscio di casa. Si abitavano i gradini delle chiese e i muretti dei parchi. Si creavano forme di convivialità che duravano il tempo di una partitella, di una bevuta, di un giro di carte. E che non costavano nulla.
Si diventava amici in cinque minuti e per costruire relazioni bastava un tango o un supertele. La saracinesca di un garage si trasformava in una porta che valeva quanto San Siro o l’Olimpico. La noia e la solitudine erano mali sconosciuti, echi lontani di grandi metropoli dove per qualche strana ragione migliaia di esseri umani avevano deciso di andare a segregarsi.
Perché nei paesi di un tempo non ci si annoiava mai. Non in provincia, non in quei piccoli centri pieni di bimbetti con le ginocchia sbucciate. Ricordate quando eravamo piccoli? Le croste di sangue alle ginocchia duravano anche tre o quattro anni di seguito. Pallonate, impennate con la bici, frenate sul ghiaino. Lasciavi il pallone solo quando cominciavi a innamorarti della figlia dell’elettricista. Anzi, neanche allora. Perché per farla innamorare dovevi riuscire a farti vedere mentre palleggiavi fino a cento. Poi d’incanto le ginocchia guarivano e ti rovinavi il cuore.
Oggi no, anche nei piccoli borghi rurali, non si sa perché, stare fuori è pericoloso. Strani pericoli che si materializzano soprattutto nella mente di noi adulti vietano ai nostri figli di rovinarsi le ginocchia.
Ossessioni securitarie che alimentano i divieti più bizzarri. Vietate le panchine. Vietate gli scalini. Vietati i birrini. Ovvero, stai a casa, cercati amici virtuali, usa la PlayStation. Anche le partite, da grande, impara a guardarle in tv. Paghi qualcosa e c’è il replay. Non si sa mai cosa può succedere in curva. Di questi tempi poi. Ossessioni che cambiano il modo di fruire un evento. Che costringono a diventare utenti passivi di uno spettacolo. Il bambino che batte il pallone contro un muro rifiuta di essere un utente. Sta dicendo: io sono parte del gioco. Sta rivendicando una pratica tipica della cultura popolare, dall’Italia all’Inghilterra: reclama la strada. Take the street, reclaim the streets.
Il divieto di calcio salva l’intonaco dei muri delle piazze toscane. Protegge le ginocchia, i vetri delle finestre e i gerani sui balconi ma rovina la gioia di vivere in provincia. Crea un silenzio letale nei vicoletti. Rende più vuota anche la giornata della signora che ci tirava indietro il pallone perché le entrava nel cortile. Certo, ci diceva “ve lo buco”. Anche il signore di ottant’anni urlava “domani c’ho da alzarmi presto per andà al lavoro, portate rispetto”. La signora però il pallone non ce lo bucava mai e il vecchietto non andava a lavoro da anni perché era in pensione. Ma ognuno recitava la sua scena madre in quel grande gioco delle parti, in quel teatro che era la vita di strada dei paesi e che oggi sta definitivamente scomparendo.
Lasciandoci tutti davanti al televisore, tristi, solitari e finali.

Alegre-amiantoPubblico un brano da un paper di Francesco Bozzi, studente dell’Università di Utrecht in Italian Contemporary Literature, che si interroga su Luciano Bianciardi e traccia alcune connessioni con la figura di Bartleby lo scrivano e con il precario figlio di un operaio di Amianto, una storia operaia.

 

Bianciardi lo scrittore e il lavoratore Prunetti

di Francesco Bozzi

 

Come abbiamo visto nel paragrafo precedente, Bianciardi lo scrivano, cioè il personaggio protagonista del romanzo La Vita Agra ripercorre le gesta del suo progenitore Bartleby nel cercare di inceppare i meccanismi ben oliati della laborioso produttività capitalista proponendo un’alternativa potenziale che si liberi dal giogo dell’attività lavorativa per farsi ostinata in-azione. Tuttavia, la componente autobiografica del romanzo inevitabilmente interseca le vicende dello scrivano Bianciardi con quelle dello scrittore Bianciardi, cioè di colui che realizza questa potenzialità alternativa in una scrittura di resistenza. In questo senso, analizzando quindi questa seconda traiettoria resistente si intende estendere il concetto resistente non solo al contenuto della scrittura ma all’atto stesso dello scrivere. Attraverso il supporto del concetto di “inoperosità” [désoeuvrement], proposto da Maurice Blanchot ne Lo Spazio Letterario, si paragonerà l'(in)-attività dello scrivere espressa da Bianciardi con quella del suo epigono Alberto Prunetti nel suo romanzo Amianto.

Maurice Blanchot ne Lo Spazio Letterario propone la concezione dell’opera letteraria come un evento che si compie, termina, si perfeziona nel senso etimologico, solo nell’interstizio che separa la sua composizione dalla sua fruizione; essa diventa “essere” nell’ “evento che si compie quando l’opera è l’intimità tra chi la scrive e di qualcuno che la legge” (8). Infatti, ciò che esprime lo scrittore con l’atto scrivente non è un’opera ma un libro. Paradossalmente proprio nel momento in cui il libro diventa opera, lo scrittore ne viene escluso, il suo atto viene espropriato e si compie in uno spazio che non gli appartiene più; “l’opera, alla fine, lo ignora, si richiude sulla sua assenza, nell’affermazione impersonale, anonima che essa è – e niente di più” (9). Espropriando lo spazio del suo compimento dal suo autore, l’opera “lo esclude, fa di lui il superstite, l’inoperoso, l’inoccupato, l’inerte dal quale l’arte non dipende” (10, corsivo mio). In questo senso il passaggio dall’atto scrivente al suo perfezionamento in quanto opera determina un’equivalente trans-formazione dell’attività in in-attività. In questa intercapedine, secondo Blanchot, si consuma questa mutazione ontologica in cui si celebra il paradosso di un potenziamento attraverso l’in-azione, dove “la parola non parla più, ma è, si vota alla pura passività dell’essere” (12). Perciò il concetto stesso di “inoperosità” [désoeuvrement] non mira alla perdita dell’opera ma al contrario l’inoperosità diventa la sorgente, la potenzialità che lo scrittore ricerca ma che il testo raggiunge solo quando lascia la penna del suo creatore. Riprendendo, il concetto di  désoeuvrement, proposto da Blanchot, Giorgio Agamben in The Open, lega l’esperienza estetica alla resistenza politica; infatti, analizzando il dipinto “Le Tre Età dell’Uomo” di Tiziano, il filosofo italiano nota come l’esperienza in-operosa dei due amanti al centro del dipinto fornisca quel compimento, quella soddisfazione della potenzialità che resta invece inappagata e disarticolata dal potere costituito : “their [of the lovers] condition is otium, it is workless {senz’opera}. […] In their fulfillment, the lovers who have lost their mystery contemplate a human nature rendered perfectly inoperative—the inactivity {inoperosità} and désoeuvrement of the human and of the animal as the supreme and unsavable figure of life” (87, corsivo di Agamben). Di conseguenza il processo estetico, l’interstizio contemplativo in cui il testo passa dall’attività alla pura passività dell’opera rappresenta il momento in cui la potenzialità disarticolata, il nichilismo imperfetto del potere viene disabilitato. Come nota Arne De Boever, Agamben sostiene che “art reveals itself […] at this moment as the unworking or désoeuvrement of sovereign power” (154); il momento artistico non si compie quindi come re-azione o ipotesi competitiva nei confronti del sistema politico, ma si pone come potenzialità alternativa che esprime l’inoperosità profonda dell’essere , seguendo la terminologia di Blanchot.

Secondo questa prospettiva se confrontiamo la concezione dell’atto scrivente in Bianciardi e Prunetti possiamo verificare le potenzialità resistenti delle due scritture.

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Segnalo una recensione di “Amianto” scritta da Antonio Schina e pubblicata sul Notiziario del Centro di Documentazione di Pistoia

Alberto Prunetti, Amianto. Una storia operaia, Roma, Edizioni Alegre 2014, pp. 188 € 14,00

Alegre-amianto«Sono nato sotto il segno dell’amianto, sono venuto alla vita nel luogo in cui si va alla morte, in un luogo emblema di quella nocività che ha minato mio padre. E io ero lì, al sicuro, mentre Renato respirava fibre nocive… Sono nato tra l’amianto di Casale [Monferrato] e l’acciaio di Piombino, tra la polvere assassina e le colate degli altiforni… sono cresciuto sul mare dei fanghi rossi, giocando a pallone nel campo asfaltato dell’ex-Ilva, dove ho fatto le scuole. Per anni sono andato a lavorare sfiorando una fabbrica di titanio e di acido solforico e la strada che mi ha portato all’università seguiva il corso del Merse… che è un fiumiciattolo pieno di arsenico e di altri metalli pesanti, usciti dalle miniere allagate in cui sono stoccate tonnellate di ceneri di pirite. Sotto il segno dell’amianto e della nocività. Sono acciaio ascendente amianto» (p. 111).

Ci sono, in questo libro, pagine di grande presa perché Prunetti, come scrive Valerio Evangelisti nella prefazione , è «uno scrittore vero» che sa suscitare, nello stesso tempo, «dolore, divertimento, pena, riflessione, compartecipazione».

Come questa pagina, scritta dopo aver appreso, mentre il padre sta morendo, che lui è stato concepito a Casale Monferrato, «la capitale del lutto e dell’amianto».

Il libro, pubblicato nel 2014 in seconda edizione (la prima era apparsa nel 2012, per Agenzia X di Milano), racconta la storia di Renato Prunetti, padre dell’autore, che per tutta la vita fa il saldatore-tubista, prevalentemente come trasfertista, in una sequenza impressionante di luoghi diversi, in giro per tutta Italia, nel petrolchimico e nella siderurgia, cominciando dalla Solvay di Rosignano Marittimo. Nel frattempo si sposa con Francesca e si stabilisce a Follonica, dove nel 1973 nasce il figlio Alberto.

L’alta Maremma, tra Follonica e Scarlino, è la realtà in cui, dopo la chiusura delle miniere di pirite, nasce un grande polo chimico che produce acido solforico e titanio, per poco tempo usando gli scarti della pirite, ben presto gli scarti della lavorazione del petrolio, che vengono trasportati via mare dall’estero.

Con tutta una serie di conseguenze: fanghi rossi in mare, ceneri di pirite nelle miniere dismesse, inquinamento generale della zona, che sconta anche tutta la presenza di rifiuti tossici e nocivi del periodo delle miniere con falde acquifere inquinate, arsenico nelle acque e nel suolo, enormi accumuli di materiale che dovrà essere prima o poi smaltito. Senza contare che all’altro lato del golfo c’è Piombino con le acciaierie.

Eppure il golfo, con la sua curva perfetta, ha dei paesaggi e degli ambienti notevoli: spiagge di sabbia fina, pinete estesissime, zone umide, boschi di castagni che arrivano fino al mare, campagne e colline di vigne e olivi, paesi medievali arroccati.

Credo sia per questo che Prunetti ne parla sempre, malgrado tutto, con un tono che a me è parso di assoluto affetto.

Anche perché è l’ambiente dove si muovono i personaggi della sua storia, con la loro umanità rude ma autentica, che Prunetti classifica in varie originalissime tipologie: l’uomo-tuttofare che nasce nel periodo della riforma agraria degli anni Cinquanta del ’900 ed è «un contadino esperto anche di meccanica che si intende anche di muratura idraulica, impianti elettrici, falegnameria», «pionieri del west maremmano»; gli altri, invece, tra cui suo padre, che non provengono da un contesto rurale e che, nel primo boom industriale, assumono le caratteristiche di operaio-massa (lavoro alla catena produttiva e da non specializzato, con salari più bassi) o specializzato (con competenze tecniche più elevate, anche se più settoriali).

Anche se poi pure quest’ultimi un legame con l’agricoltura ce l’hanno, perché quasi tutti, da pensionati, usano la tuta blu per lavorare nell’oliveta di famiglia: «non un semplice ripiego identitario, ma… un atto di liberazione, un modo di irridere l’azienda».

E poi c’è un’altra distinzione, quella tra maremmani e livornesi, che appare, per chi conosce anche solo un po’ quella realtà, del tutto verosimile: «se il maremmano non conosce tempo libero e preferibilmente si veste in mimetica anche per andare a fare la spesa per far capire che per lui la caccia è sempre aperta, anche quando è costretto dalla moglie ad andare alla Coop a fare la spesa, il livornese, non appena si toglie la tuta blu si rigoverna “a modo”», perché i livornesi sono «tutta gente di porto, biondi, boni e marinai, col libeccio nel cuore» (p. 96).

E infine, un elemento che accomuna tutti gli uomini è l’ethos operaio, sia maremmano che livornese, secondo cui «guai se un uomo si piegava a fare i lavoretti di casa, soprattutto se ad indurlo era la moglie» (p. 69).

È questa umanità che si trova a fare i conti con il passaggio epocale dagli anni ’70 agli anni ’80 del ’900: i primi, «anni di alti salari e alta conflittualità, anni bellissimi… in cui i semplici operai come mio padre, aderenti alla Fiom-Cgil, godevano con le loro tutele salariali dei vantaggi derivati dal fatto che il partito e il sindacato facevano da rubinetto per il contenimento dell’idra rivoluzionaria» (p. 37), i secondi, con le ristrutturazioni che volevano «tagliare posti, allungare gli orari e contrarre gli stipendi», distruggendo e smantellando il sogno di egemonia della classe operaia: «la crisi non serviva a migliorare la produttività ma a distruggere l’alternativa di contropotere e di autogestione operaia dei rapporti tra capitale e lavoro» (p. 97).

In questo quadro, il padre di Alberto, con i suoi continui cambi di luogo di lavoro, finisce, si potrebbe dire, inesorabilmente per consumarsi precocemente. Malgrado la sua consapevolezza dei meccanismi derivanti dal lavoro e dalle sue logiche, espone i polmoni a gas devastanti, si rovina l’udito, gli diminuisce la vista, perde i denti.

È un carico pesantissimo di lavori usuranti ma dovrà aspettare di avere 35 anni di lavoro per riuscire ad andare in pensione, oltretutto ammalandosi pochissimi anni dopo: la diagnosi è tumore polmonare dovuto all’amianto, anche se ci vorrà dell’altro tempo per arrivare a capire con chiarezza che di questo si tratta, fino a morire, nel 2004, a soli 59 anni.

E Alberto si troverà a decidere, assieme alla madre, ad andare in causa con l’Inps, per ottenere, ma solo anni dopo, nel 2011, che venga riconosciuto l’esposizione del padre all’amianto e il fatto che l’amianto l’ha ammazzato, e per apprendere che aveva diritto a ben sette anni di prepensionamento.

«Sette anni di prepensionamento sono sette anni fuori dal giogo del lavoro, sono sette anni di vita, sono sette anni senza essere esposti alla nocività, ad altro amianto, altro piombo, altri metalli pesanti. Sette anni possono salvarti la vita, interrompendo la deriva cellulare di un organismo spinto oltre il limite della biologia nel nome della produttività, nel nome dei lavori di merda che i padroni fanno fare a noi chiedendoci poi sacrifici, flessibilità, docilità e gratitudine… Andate in culo, ma di cuore, per sette anni sette, mille volte sette anni vi maledico, dal padroncino fino ai vertici della classe industriale italiana. Tutta gente che se per caso gli stringi la mano, ti devi riconta’ i diti p’esse sicuro di avecceli tutti, ‘sti ladri» (pp. 125-126).

Il libro è tutto questo ma anche molto altro che qui non è possibile affrontare: per prima cosa, un’occasione per riflettere sull’attuale condizione del precariato intellettuale, partendo dal racconto di Alberto, che si intercala con la vicenda del padre e con quella fa continui, illuminanti, confronti.

Alberto che non ha mai fatto uno sciopero, non essendo mai stato assunto, che fa anche lavoro manuale per sopravvivere, e molto altro. È questo l’argomento prevalente della discussione con Wu Ming 1 e con Girolamo di Michele, prima nel blog Giap, ora nell’appendice alla seconda edizione di Amianto, a cui si rimanda per chi vuole approfondire.

E ancora: il libro rientra pienamente nel filone di quelle narrazioni, non-fiction novel, reportage narrativo ecc., che Wu Ming 1 chiama «oggetti narrativi non identificati… narrazioni ibride, … fatte da autori che vogliono raccontare le loro storie con ogni mezzo necessario… con una collisione tra le varie tecniche e retoriche usate.. che sprigiona una grande potenza» e che sono alla base del progetto della nuova collana Quinto tipo della casa editrice Alegre.

E infine il testo sta pienamente dentro la vicenda delle morti per amianto, che si trascina ormai da decenni, ma che è tornata all’attenzione dell’opinione pubblica a seguito dell’assoluzione in cassazione del proprietario svizzero e dei dirigenti della Eternit di Casale Monferrato, nel novembre 2014.

C’è un altro aspetto che vorrei affrontare e che mi pare non toccato dalle molte recensioni che pure Amianto ha avuto. Parto dalla constatazione che molto della realtà descritta nel libro di Prunetti, per ambientazione fisica e sociale, corrisponde a quella raccontata da Cinzia Avallone nel notissimo Acciaio, uscito nel 2010 per Rizzoli. Lì la realtà, negli anni 2001-2002, è quella di Piombino, in particolare le acciaierie Lucchini e il quartiere Salivoli, a due passi veramente dalla Follonica di Prunetti.

Non credo proprio che abbia ragione Goffredo Fofi quando sostiene che di personaggi come quelli della Avallone «non se ne trovano nella letteratura italiana oggi». A me sembrano in realtà descritti in modo del tutto approssimativo, un po’ tagliati con l’accetta. Però sono personaggi che corrispondono alla realtà che conosce anche Prunetti e forse molto più presenti di quanto si possa pensare ad una prima impressione. Sono operai senza alcuna coscienza di classe e neanche alcuna consapevolezza di se stessi:

Enrico è chiuso nel suo mondo che comprende solo casa e lavoro e assolutamente nient’altro, picchia sistematicamente moglie e figlia, vive nel terrore che la figlia Francesca quattordicenne abbia rapporti sessuali e quindi la controlla in modo ossessivo. Un vero mostro, come lo definisce la figlia; Antonio, licenziato dalla Lucchini perché scoperto a rubare carburante è un giocatore d’azzardo e trafficone, «che riteneva gli iscritti alla Fiom degli sfigati. Una sola certezza nella vita: lavorare stanca»; suo figlio Alessio, giovane operaio della Lucchini, è cocainomane come gran parte dei suoi amici, ed è iscritto alla Fiom ma elettore di Forza Italia.

Sullo sfondo c’è la realtà dei giovani operai assunti da poco: «Adesso erano rimasti in due-mila, comprese le ditte in appalto. La spostavano a est, i padroni. Alcuni rami della fabbrica morivano, ciminiere e capannoni venivano fatti saltare con il tritolo. Se ne stava andando tutto a puttane. Ma loro, gli operai della settimana generazione, si divertivano a cavalcare

gli escavatori come tori, con le radioline portatili a palla e una pasticca di anfetamina sciolta sotto la lingua» (p. 27).

Mentre Prunetti ha una capacità di rappresentare la realtà, anche attraverso l’interloquire dei personaggi, assolutamente verosimile, il linguaggio dei personaggi della Avallone non ha questa dote, anzi. Le situazioni danno l’impressione di essere esasperate alla ricerca dell’effetto.

Devo dire però che i dubbi sulla realtà rappresentata dalla Avallone, che avevo tutti interi alla fine della lettura, si sono dissolti quando, poco dopo, per caso, ho conosciuto un paio di giovani assunti della Lucchini, fisicamente, ma soprattutto nei comportamenti e nel modo di relazionarsi agli altri, con le stesse caratteristiche di Alessio e dei suoi giovani colleghi di lavoro.

Per cui i Prunetti, padre (di qualche generazione precedente) e figlio (che grosso modo sta nel mezzo tra i padri e i figli di Acciaio) appaiono veramente appartenere a una piccola minoranza che prova a resistere a tutto ciò che li circonda. La maggioranza sta veramente da un’altra parte.

Ed è vero che dovrebbe essere preservato come elemento essenziale «il passaggio di testimone tra padre e figlio, … la buona vecchia coscienza di classe, … la coscienza di un “proletario che permette ad Alberto di confrontare due storie lavorative (la sua e quella del su’ babbo) senza mettere una generazione contro l’altra» (Wu Ming 1, Il triello, Wu Ming 1, Girolamo De Michele e Alberto Prunetti discutono in appendice a Amianto, p. 149). Ma questo passaggio non avviene più, se non appunto per rarissime eccezioni.

Prunetti cita ad un certo punto Luciano Bianciardi: un bel passo de Il lavoro culturale che racconta di Corinto, muratore invalido e poi bidello stalinista, figlio di anarchici, e della sua teoria sul lavoro forzato per ragionieri e preti (pp. 127-128).

Proprio Bianciardi ci aiuta a capire dove si devono andare a cercare le origini di questa perdita totale di identità, della coscienza di classe appunto, quando si domanda cosa è mancato alla sinistra. E risponde: la formazione e l’educazione individuale e collettiva.

Ben altre, è vero, erano le priorità della pratica politica maggioritaria della sinistra moderata, che ha privilegiato l’obiettivo del cambiamento dei rapporti di produzione, senza porsi minimamente l’obiettivo del cambiamento dei modi di produzione.

E sicuramente se il lavoro di educazione collettiva è stato un elemento costitutivo del movimento socialista alle sue origini tra ’800 e ’900, questo si è perso quasi completamente nella tradizione comunista, che formava i quadri in una prospettiva tutta interna alla logica del partito, con una palese disattenzione alla costruzione della capacità critica e di confronto.

Da qui a cascata è successo il resto: il facile e veloce attenuarsi della capacità di resistere ai richiami del consumismo, l’accettazione crescente dei suoi modelli di vita, la conseguente definitiva perdita di una propria identità.

C’è un film – che per una straordinaria coincidenza è ambientato proprio a Piombino – che racconta una fase fondamentale di questo passaggio, quando a partire dalla sconfitta operaia della fine degli anni ’70, la ristrutturazione, che riguarda anche le acciaierie, fa balenare la possibilità di raggiungere la bella vita. È l’esordio del 1994 di PaoloVirzì, che si intitola appunto così La bella vita, e spiega benissimo, cento volte più di tante analisi sociologiche, cosa sta avvenendo irreversibilmente nella società e nella testa della gente.

Sullo sfondo della crisi coniugale tra Bruno, operaio, e Mirella, commessa del supermercato, che si infatua di Gerry, presentatore di una tv locale, c’è un accordo sindacale al ribasso, c’è la mobilità. Quattro operai decidono di accettare le dimissioni consensuali, in cambio di 40 milioni a testa con i quali pensano di fare il salto di classe: comperare un terreno, costruire un capannone e iniziare a produrre semilavorati per l’edilizia, con l’acciaio dell’Ilva.

Il progetto non va in porto perché non viene ottenuto il fido bancario, il terreno acquistato servirà per costruire uno stabilimento balneare all’ombra delle torri della centrale elettrica di Torre del Sale.

C’è veramente tutto: i primi suicidi degli operai costretti alla cassa integrazione, l’abbandono di ogni prospettiva di resistenza, l’illusione di essere accettati dal sistema economico, in una parola la rinuncia alla storia e alla identità di classe.

Malgrado tutto, non c’è che da sperare – anche se la realtà sembra andare in ben altra direzione, tanto che, come scrive Prunetti, «ad un certo punto ci hanno fatto quasi vergognare delle nostre origini, negli anni Ottanta-Novanta» – che prima o poi riappaia, certo in forme che saranno totalmente nuove, «la voglia di riscatto e il senso di solidarietà».

Amianto aiuta a mantenere viva questa speranza.


Non so come commentare. Da una parte è una cosa più importante di qualsiasi premio letterario: trovare il proprio nome sui muri della città che è il simbolo della resistenza e della lotta contro l’amianto. La città in cui i miei genitori per alcuni mesi hanno vissuto prima della mia nascita, perché babbo lavorava alla raffineria Maura, a tre chilometri da Casale Monferrato. E’ una cosa che mi riempie di orgoglio. Dall’altro è una cosa che mi crea rimorso, perché quella è una lotta in cui altri, come Romana, come Bruno, come Nicola, come Luca, come Maria Assunta, come tanti altri casalesi, si sono impegnati da tanti, tanti anni e meriterebbero più di me di stare su quel manifesto. Alcuni a questa lotta hanno dedicato una vita intera e combattono da 35 anni. Poi ci sono i nomi di duemila vittime di Casale che meritano di stare su quel manifesto più di tutti, perché mercoledì si va a parlare di loro in Cassazione. Della loro vita che non c’è più. Del loro respiro, della loro tosse, dei loro nipoti che non hanno potuto giocare a pallone coi nonni. Della memoria che è arrivata prima della giustizia. Di una giustizia che deve dimostrare di non stare dalla parte del più forte ma da quella del più debole, dello sconfitto, del tormentato, di chi subisce i soprusi, non da chi li provoca e poi si nasconde dietro un dito, dicendo non sapevo. E allora mercoledì saremo in tanti, da Casale e da Rubiera e da tutta Italia. Dalla Francia, dalla Spagna, dal Belgio. E dal Brasile, dove l’Eternit continua a stampare ondulini in fibrocemento. Saremo lì, in Cassazione, perché c’era dolo, mica solo colpa. Perché conoscevano i profitti e i danni ma hanno conteggiato solo i primi e hanno socializzato i secondi. Perché noi invece non abbiamo dimenticato né li abbiamo lasciati soli e dopo tanti anni, saremo tutti lì, alle porte della Cassazione, sotto le bandiere dell’Afeva.

di Alberto Prunetti

[Quest’articolo è apparso nell’edizione toscana di la Repubblica lo scorso 30 aprile]

E’ il 1954. La televisione inizia la trasmissione del segnale anche in Italia. In Africa i ribelli Mau Mau lottano contro i colonialisti inglesi. La Jugoslavia cerca un socialismo distinto da quello sovietico. Cary Grant pensa a un nuovo film da girare con Hitchcock. E in Toscana? La notizia forse più rilevante è quella di un’esplosione in una miniera maremmana, a Ribolla, nel pozzo Camorra, dove perdono la vita 43 minatori. Unepisodiochecreeràun’onda di sensazionale emozione e cambierà la vita di molti. Dalle famiglie dei minatori, le vedove e gli orfani, fino a intellettuali come Bianciardi e Cassola che dedicheranno mesi di indagini su quell’evento. Bianciardi arriverà al punto di lasciare la Maremma e di emigrare a Milano, tanto che il protagonista del suo libro più famoso, La vita Agra, giunge a Milano proprio per far saltare il palazzone sede della società estrattiva considerata responsabile del disastro. Una responsabilità mai acclarata in un tribunale perché il processo si chiuse con un niente di fatto. Anzi, con un fatto «che non sussiste». Per quei 43 minatori sembrano quasi valere le parole di Enzensberger, nella traduzione di Fortini: «A schiere dimenticati (…). Non registrati, non decifrabili nella polvere ma scomparsi i loro nomi, i cucchiai, le suole». Non sussistono. La giustizia dimentica, ma i poeti no. A Ribolla lo scorso 13 aprile c’è stato l’annuale raduno dei poeti estemporanei, che tengono viva, tra la Toscana e l’Alto Lazio, la tradizione contadina della poesia d’improvvisazione in ottava rima: inventano endecasillabi sfidandosi a coppie, con una successione metrica precisa e l’obbligo di prendere il filo della rima dove l’ha lasciato l’antagonista. (more…)

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