di Alberto Prunetti

 

Di solito non rileggo i libri che ho già letto. Penso che la lettura sia un evento irripetibile, legato a certe condizioni emotive e personali. Per questo, mentre leggevo “La lettera sovversiva”, il libro di Vanessa Roghi su “Lettera a una professoressa”, mi sono ritrovato a scoprire che le pagine della scuola di Barbiana, lette a quindici anni, le ricordavo a tratti a memoria. E che ancora una volta, non avevo bisogno di rileggere.

Così ho recensito il libro di Vanessa in una maniera un po’ sperimentale, tentando una recensione narrativa che uscirà domani su Lavoro culturale, mentre mi sto preparando per incontrare Vanessa a Siena: venerdì 17 infatti presenteremo nella sala storica della biblioteca degli Intronati prima il suo documentario su Don Milani e poi il libro edito da Laterza.

Eppure quel libro bianco stampato in una carta porosa dalla Libreria Editrice Fiorentina, quella Lettera che mescolava il pamphlet, l’inchiesta, il genere epistolare, il memoriale, l’invettiva e il saggio, quell’assurdo oggetto narrativo ibrido, che è il genere non riconosciuto dove forse si scrivono le cose più importanti, mi interrogava. E lo faceva dal tavolo della mia scrivania, dove lo avevo lasciato per giorni, assieme a “L’obbedienza non è più una virtù” e “Esperienze pastorali”. Guardavo quel libro ingiallito, con la copertina sporca, e pensavo a me stesso adolescente. Ero proprio come uno di quei ragazzi di Barbiana, timido, introverso, appartenente a una classe subalterna, uno che chiedeva alla scuola se doveva starsene al proprio posto o rubare piuttosto la lingua della cultura ai figli di papà.

Temevo di rileggerlo, quel libro, perché temevo di scoprirmi diverso da quell’adolescente che l’aveva letto ormai tanti anni fa. Provavo a saggiare le pagine a caso e le parole di Barbiana tornavano alla testa come il vino buono quando lo aspiri con la gomma dalla damigiana. Poi chiudevo il libro. Poi lo riaprivo.

(more…)

Piccolo kit di smontaggio. Un antidoto per il veleno razzista e maschilista

di Alberto Prunetti

 

Per smontare le panzane razziste che rischiano di sommergere anni di accoglienza e di pratica della solidarietà nella gora delle passioni tristi.

(Edizione locale follonichese, replicabile sotto qualsiasi latitudine).

 

 

1.

Il razzismo è un dispositivo che alimenta l’odio contro il povero per tutelare il ceto medio-alto in rapida crisi. Serve anche a dare l’impressione a una parte dei poveri in crisi di non essere completamente alla mercé di trasformazioni sociali che non si sanno comprendere. In realtà, è un colpo di zappa sui piedi. Una toppa peggiore del buco.

La mia definizione è mediata da Umberto Eco e la trovate in questo fondamentale articolo qui:

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1995/07/02/identikit-del-fascista.html?refresh_ce

 

2.

L’episodio di Follonica (due donne ingabbiate in un centro commerciale) mescola razzismo, maschilismo, odio verso i poveri e cyberbullismo. E’ un precipitato delle tossine che gli imprenditori politici della paura diffondono per indebolire il corpo sociale e poter soffiare sul fuoco dei mantra di destra. Roba del tipo: “cittadini esasperati che non ne possono più”, “a casa loro” etc etc. In realtà di esasperante in certe vicende c’è solo la povertà e la miseria sociale.

 

3.

Ho attualizato alcune di queste suggestioni di Eco in un articolo sul fascismo da social media, in cui descrivo il lavoro di infezione virale che comincia nella solitudine dell’avatar  e finisce in un parcheggio di un supermercato davanti a una videocamera, per poi rimbalzare nell’ora d’odio sui commenti di FB. (Scritto ovviamente qualche settimana fa, ma bisogna saper anticipare i mala tempora che corrono):

 

Appunti sul Social-fascismo. La condivisione delle «idee senza parole»

 

4.

Anni fa scrissi un’inchiesta in quattro parti in cui smontavo alcuni pregiudizi contro i rom e ne contestualizzavo le difficoltà sociali. E’ ancora attuale e non è stata smentatita. Anzi, è stata ripresa e confermata su ogni punto.

Qui la trovate in quattro parti:

https://www.carmillaonline.com/?s=luoghi+comuni+rom

 

E le quattro parti sono state raccolte in un unico file.

 

http://www.ristretti.it/commenti/2008/gennaio/pdf3/rom_prunetti.pdf

 

 

5.

In quell’immagine oscena, nel frame della donna in gabbia, c’è tutto l’orrore del presente. Ridere di una donna in gabbia è un atto disumano. E’ il riso del nazista sulla vittima, è lo sberleffo atroce del carnefice.

Comprendere, mettersi nei loro panni, sconfiggere chi tenta di dividere il corpo sociale. Chiedersi a chi serve la guerra tra poveri.

 

6.

Leggere non basta. Mobilitarsi con la testa. Studiare col cuore. Praticare la solidarietà. Non abboccare al rancore. Non cedere alle passioni tristi.

Non fare di Follonica o di qualsiasi altro posto una comunità del rancore. Il vero degrado è il fascismo e il razzismo. Un atto razzista distrugge anni di lavoro sociale, se non si risponde subito aprendo cuori e intelligenze.

 

Una foto di scena di Valeria Collina

Una foto di scena di Valeria Collina

Lo shot reading di Amianto, una storia operaia messo in scena da Tamara Bartolini e Michele Baronio lo scorso 27 ottobre, nell’ambito del festival teatrale Attraversamenti, diretto da Alessandra Ferraro e Pako Graziani di Margine Operativo, è stata un’esperienza toccante, per chi scrive e credo anche per gli attori e il pubblico. La performance ha ricevuto ben tre segnalazioni che indico di seguito.

Su Teatro e critica, la recensione di Lucia Medri: http://www.teatroecritica.net/2016/11/bartolinibaronio-operai-culturali-per-amianto/

Su Il tablod, ne scrive Maria Chiara D’Apote: http://www.iltabloid.it/blog/2016/11/07/amianto-una-storia-operaia-di-alberto-prunetti/

Infine la segnalazione sul blog di Attraversamenti multipli:  http://www.attraversamentimultipli.it/blog/amianto-una-storia-operaia-giorni-di-cieli-plumbei/

Il duo Bartolini-Baronio ha intenzione di trasformare lo shot reading in un progetto teatrale più esteso.

Amianto intanto continua a mutare pelle e a viaggiare. Segnalo per la prossima settimana una presentazione/reading/discussione in un mini-tour Svizzero: venerdì 18 novembre a Zurigo e sabato 19 a Berna.

 

Alegre-amianto[Dopo aver letto Amianto, una storia operaia l’antropologo Raúl Zecca Castel, autore di Come schiavi in libertà (ed. Arcoiris, 2015) mi ha inviato una sua lettura antropologica del libro. Non si tratta tecnicamente di una recensione, ma sono righe molto interessanti che in forma breve esplorano una dimensione di etnografia partecipata che era parte del mio progetto e che forse solo adesso viene messa in evidenza]. A.P.

Su Amianto
di Raúl Zecca Castel
Amianto è un libro urgente. Si legge tutto d’un fiato o non si legge affatto.
È una pietra rotolante, piena di spigoli, che si fa valanga, una pagina dopo l’altra. Sono parole taglienti come fibre d’asbasto, che feriscono l’anima, prima fra tutte quella di chi scrive, e ne sgorga un veleno dolce, eccitante. Ma chi scrive non è l’autore, niente di più lontano. È Alberto, figlio di Renato, un semplice lavoratore, un operaio morto, un morto ammazzato, a colpi d’amianto.
Per questo, Amianto, è un’auto-bio-etnografia di famiglia, un oggetto letterario ibrido, narrativa scientifica, diario di bordo, inchiesta giornalistica, esercizio terapeutico di catarsi non solo individuale. Alberto è un inconsapevole antropologo di sé stesso, della sua genealogia. Non ha bisogno di calarsi nella realtà che descrive alla ricerca del presunto punto di vista dei nativi come vorrebbe la migliore tradizione malinowskiana. Lui ci è nato in quella realtà, in quel campo d’indagine lastricato di metalli pesanti e costellato di fabbriche; è a tutti gli effetti un nativo, la sua osservazione è irrimediabilmente partecipante. In ciò sta l’enorme valore di Amianto: essere una testimonianza diretta, da dentro, da quel mondo grigio e tossico, e allo stesso tempo essere il racconto di un sopravvissuto, di un’ennesima potenziale vittima mancata, perché Alberto ora scrive, si dedica al lavoro culturale, il lavoro della memoria, e può farlo solo nella distanza, liberato dall’apnea che quel mondo gli imponeva, perché il sapere sa l’essere che non è, e non occorre scomodare la semiotica di Peirce per capirlo. E tuttavia la distanza, lo scrivere, il lavoro intellettuale, comporta e trascina con sé quel senso di colpa che le pagine di Amianto in qualche modo cercano di razionalizzare, metabolizzare, digerire, significare, possibilmente risolvere. Alberto può scrivere perché Renato ha sacrificato la sua vita per lui. Di qui l’esperimento catartico. Ma la questione non è a due. Freud non ha nulla da dire qui. Il conflitto non è familiare, non riguarda un figlio e un padre o Edipo. Riguarda padroni e operai, capitale e lavoro. Riguarda il potere, le classi sociali, la vita e la morte. Avrebbero invece molto da dire Deleuze e Guattari, con la loro schizoanalisi antiedipica, invitando a desiderare prima la denuncia dell’esistente e poi la rivolta, perché questo fa Alberto quando scrive di Renato, che è simbolo ed esempio generazionale della classe operaia più umile, lavoratrice e sconfitta. Renato è tanti, moltitudine, nome di tutte le vittime anonime dell’ennesima strage impunita. Vite che valgono poco per chi conta; gente che a stento sa contare fino a settanta, gli euro che allunga di malavoglia nelle pensioni di reversibilità.
Amianto è un cavallo imbizzarrito. Nessuna carezza sul muso lo può ammansire.

di Alberto Prunetti

tessera iplomQuando il mi babbo mi diceva “te l’avevo detto”, mi stava sulle scatole. Però a volte aveva ragione. Sulla IPLOM di Busalla, sugli incidenti di quella raffineria che dalla costa attrae petrolio, lo raffina e lo spedisce alle industrie della Val Padana, sugli sversamenti di idrocarburi che lui conosceva bene… ce l’aveva detto. E mi sta sulle scatole sentirlo e sentirmi una sorta di Cassandra, ma la verità era sotto gli occhi di tutti, dalla Valle Scrivia alla creuza nei pressi di Genova. Basta un po’ di whitewashing aziendale a nascondere la verità? Chissà. Intanto consiglio la lettura di un paio di pagine di Amianto dove si parla della Iplom, dove Renato, mio padre, ha lavorato sette anni, tra un disastro industriale e un incidente, prima che le cellule dei suoi polmoni impazzissero. Quando ci passate accanto alla Iplom, sull’autostrada che porta a Milano, fate un piccolo esercizio yoga che si chiama pranayama. Ovvero respirate. A quel punto potrete capire Amianto, una storia operaia alla perfezione. Fino a entrare nei polmoni del protagonista, che quell’aria l’ha respirata sette anni. O nei polmoni di chi vive accanto alla raffineria, che la respira tutti i giorni.

“Busalla è un piccolo paese in una vallata dell’Appennino ligure. Una corona di casette circondate dal verde dei boschi, tagliati dall’autostrada che da Genova sale fino a Milano. Ci vivono circa seimilacinquecento persone. Ma non sembra un paese, soprattutto passando dalla ferrovia o dall’autostrada Milano-Genova, di notte, quando decine di migliaia di tubi al neon creano un’allucinazione inquietante: un drago sbuffante di tubi e raccordi, un groviglio di cisterne, ciminiere e torrette, chilometri di tubature che sommergono Busalla e occupano la stretta valle Scrivia. La raffineria è dentro la valle, dentro la città e la gente vive prigioniera del drago. A poche decine di metri dalle abitazioni dei busallesi si lavorano gasoli, bitumi e oli combustibili e si realizza chimicamente la desolforazione dell’idrogeno.
Se poi una scintilla raggiunge una cisterna di gasolio e l’impianto si incendia, sembra sciogliersi anche l’asfalto per le strade di Busalla. Ma loro, i busallesi, sono costretti a vivere con il drago, come i tarantini, come i piombinesi: sono stretti nella morsa della fabbrica sia fisicamente, sia psicologicamente, perché lo stabilimento dà il ricatto del pane e pretende il diritto di inquinare. I sindacati del posto non sono descritti come particolarmente battaglieri – Renato lasciò per un anno le sue buste paga a un delegato busallese per avviare la prima volta la pratica Inps per i cosiddetti ‘benefici’ dei lavoratori esposti all’amianto: dovette andare a riprendersele dopo un anno senza che il tipo le avesse nemmeno tolte da un cassetto – mentre i proprietari mantengono le paghe un po’ più alte e fanno qualche investimento educativo per migliorare l’immagine aziendale.
Azienda che oltre a fatturare milioni di euro all’anno – da spartire tra la Finoil, la svizzera Energy Management e altre società statunitensi che rimandano alla francese Société Générale – alla gente del posto lascia qualcosa con cui campare e tanto inquinamento e malattie, come sostengono le associazioni locali che ne chiedono il trasferimento.

(more…)

PCSP BresciaTre incontri in rapido avvicinamento tra Brescia e Bergamo. Il 16 marzo, presento PCSP (Piccola Controstoria Popolare) presso il Barrio Campagnola a Bergamo alle ore 21 (v. F. Dell’Orto 20). Il 17 marzo, la mattina incontro gli studenti di un Istituto tecnico professionale di Brescia per parlare di Amianto, una storia operaia, mentre alle 20,30 presento di nuovo PCSP nella casa del popolo E. Natali in via Risorgimento 18, sempre a Brescia.

Giornate di ricorrenze, di impegni e di partenze.

 

pcsp-alegre-copertina In questi giorni abbiamo festeggiato i cinque anni della rivista Lavoro culturale: http://www.lavoroculturale.org/5-anni-di-lavoro-culturale/

 

Ricordo bene il lancio del seminario che fu uno dei primi atti dell’associazione culturale omonima. Nell’umida sala cinema della facoltà di Lettere di Siena io ragionai attorno al mio lavoro culturale di traduttore, mentre Wu Ming 1 tenne una memorabile conferenza su tempo, rivolta e utopia a partire da due opere di fantascienza:  http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=4353 (andatevi a cercare il podcast).

Su Carmilla poi ripubblicai il post del lavoro culturale, firmato da Francesco Zucconi: http://www.carmillaonline.com/2011/01/29/il-lavoro-culturale-ai-tempi-d/

 

4 pard PCSP

I 4 pard di PCSP per la matita di Dante Ossi

Venendo ai prossimi impegni, mi aspetta un impegnativo triplete: per ragioni che hanno a che vedere con bizzare sovrapposizioni, giovedì 4 febbraio a Bologna sarò presente in tre eventi.

_Alle 17,30 presso la Mediateca Gateway in via San Petronio Vecchio 33b farò un reading con brani di Amianto, una storia operaia e di PCSP:  https://www.facebook.com/events/598752956932441/

_Dalle 18,30 presso il BAR Dé Marchi in Piazza San Francesco, 4  PIUPRATEL e AFEVA Emilia Romagna organizzano un evento attorno al problema dell’amianto. Interverranno anche Andrea Caselli di Afeva e l’avvocato e scrittore Massimo Vaggi, mentre Il Teatro Subito leggerà brani del mio libro Amianto, una storia operaia. Anche se mi sarà impossibile fermarmi a lungo, farò anch’io un passaggio per una lettura e qualche anatema: https://www.facebook.com/events/225442451123362/

_Infine alle 21 presso la Libreria Modo in via Mascarella 24b ci sarà la presentazione di PCSP (Piccola Controstoria Popolare) col sottoscritto, Wu Ming 1, curatore della Collana Quinto Tipo di Alegre, Adriano Masci e Marco Mongelli di 404:file not found (altra rivista culturale che ha un percorso simile a quello del Lavoro culturale): https://www.facebook.com/events/828294553946290/

 

Infine un addio: è partito per il suo ultimo reportage Astrit Dakli, per anni corrispondente dall’Unione Sovietica del Manifesto. I suoi preziosi consigli mi furono utili in un viaggio in una delle Repubbliche dell’ex URSS.  http://ilmanifesto.info/e-morto-astrit-dakli/

Ciao, Astrit.

[La CGIL di Reggio Emilia ha organizzato una bella presentazione di Amianto per dopodomani, il 15 ottobre 2015. Ecco il comunicato stampa.] A.P.

 

COMUNICATO STAMPA di CGIL Reggio Emilia e AFEVA Emilia Romagna

AMIANTO. UNA STORIA OPERAIA: PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI ALBERTO PRUNETTI.

PARTECIPA RAFFAELE GUARINIELLO

 

Quella che vogliamo raccontare è la storia di un uomo, un operaio che “respira zinco, piombo e buona parte della tavola degli elementi di Mendeleev, fino a quando una fibra d’amianto trova la strada verso il torace”. La storia di un singolo che si fa storia collettiva e che Alberto Prunetti racconta con gli occhi di un figlio, perché Renato, il protagonista del libro, è suo padre, ma insieme con la lucidità di chi riconosce in quell’esperienza il senso di un’ingiustizia più ampia , che travalica il direttamente conosciuto e attraverso la scrittura si ribella.

 

reggio emilia amianto2

 

Partiremo da qui, GIOVEDÌ 15 OTTOBRE, dalle ore 15:30, in Camera del Lavoro, in un incontro pubblico che vuole tenere alta l’attenzione di cittadini e istituzioni sul tema dell’amianto in un territorio dove le fibre minerali dell’asbesto hanno prodotto una ferita non ancora rimarginata.

 

Per farlo ci saranno, insieme ad Alberto Prunetti autore di “Amianto. Una storia operaia”, edizione Alegre, il Procuratore della Repubblica e PM nel processo Eternit che si sta svolgendo a Torino, Raffaele Guariniello; il coordinatore di AfeVA (Associazione Familiari e Vittime Amianto) di Casale Monferrato, territorio che ha pagato un prezzo altissimo, Bruno Pesce; un ex-operaio delle Officine Grandi Riparazioni di Bologna, che ha vissuto sulla propria pelle il dramma di lavorare con l’amianto, Salvatore Fais; il responsabile Salute e Sicurezza della Cgil di Reggio Emilia che potrà fare il punto sulla situazione nella nostra provincia, Ciro Maiocchi.

A coordinare il dibattito arriverà Giorgio Mottola, giornalista di Report, Rai3, e già autore di diverse inchieste giornalistiche sull’amianto nel nostro Paese.

 

Un insieme di ospiti quelli chiamati dalla Cgil di Reggio Emilia, insieme allo sportello AFeVA della Camera del Lavoro, che testimonia la volontà di indagare un fenomeno che è insieme vicenda umana e storia del lavoro, vicenda processuale in corso e storia di giustizia negata. Ed ancora storia del presente, davanti al pericolo che l’amianto ancora rappresenta nel lavoro e nel territorio. L’amianto in Italia è illegale dal 1992 eppure c’è chi continua ad importarlo e chi continua a lavorarci a contatto.  E’ ancora presente in molte costruzioni civili e si ragiona di  mappatura e di smaltimento, con non poche difficoltà, di quantità ingenti di materiale.

Parlare di amianto insomma è una cosa seria.

(Questo articolo è uscito su Repubblica edizione Firenze domenica 19 aprile 2015. Ringrazio il Centro di documentazione Marco Vettori che sabato mattina mi ha messo un pc a disposizione per scriverlo al volo. Nella foto sono ritratti Osvaldo Soriano e il mio amico Osvaldo Bayer.).

soriano_bayerEduardo Galeano si starà rivoltando nella tomba. Osvaldo Soriano, che da qualche parte nel paradiso dei gatti e degli esuli sta palleggiando con una palla fatta di nuvole, riderà del surrealismo involontario degli italiani. In un comune toscano sarà presto affisso un cartello paradossale: “Divieto di calcio ai maggiori di anni undici”.
Sì, Osvaldo, hai sentito bene.
Un tempo c’erano le panchine, i ragazzini che inseguivano un pallone, i vecchi che caricavano una briscola, gli altri che guardavano i lavori di un cantiere improvvisato; le donne che facevano i ferri mentre prendevano il fresco sull’uscio di casa. Si abitavano i gradini delle chiese e i muretti dei parchi. Si creavano forme di convivialità che duravano il tempo di una partitella, di una bevuta, di un giro di carte. E che non costavano nulla.
Si diventava amici in cinque minuti e per costruire relazioni bastava un tango o un supertele. La saracinesca di un garage si trasformava in una porta che valeva quanto San Siro o l’Olimpico. La noia e la solitudine erano mali sconosciuti, echi lontani di grandi metropoli dove per qualche strana ragione migliaia di esseri umani avevano deciso di andare a segregarsi.
Perché nei paesi di un tempo non ci si annoiava mai. Non in provincia, non in quei piccoli centri pieni di bimbetti con le ginocchia sbucciate. Ricordate quando eravamo piccoli? Le croste di sangue alle ginocchia duravano anche tre o quattro anni di seguito. Pallonate, impennate con la bici, frenate sul ghiaino. Lasciavi il pallone solo quando cominciavi a innamorarti della figlia dell’elettricista. Anzi, neanche allora. Perché per farla innamorare dovevi riuscire a farti vedere mentre palleggiavi fino a cento. Poi d’incanto le ginocchia guarivano e ti rovinavi il cuore.
Oggi no, anche nei piccoli borghi rurali, non si sa perché, stare fuori è pericoloso. Strani pericoli che si materializzano soprattutto nella mente di noi adulti vietano ai nostri figli di rovinarsi le ginocchia.
Ossessioni securitarie che alimentano i divieti più bizzarri. Vietate le panchine. Vietate gli scalini. Vietati i birrini. Ovvero, stai a casa, cercati amici virtuali, usa la PlayStation. Anche le partite, da grande, impara a guardarle in tv. Paghi qualcosa e c’è il replay. Non si sa mai cosa può succedere in curva. Di questi tempi poi. Ossessioni che cambiano il modo di fruire un evento. Che costringono a diventare utenti passivi di uno spettacolo. Il bambino che batte il pallone contro un muro rifiuta di essere un utente. Sta dicendo: io sono parte del gioco. Sta rivendicando una pratica tipica della cultura popolare, dall’Italia all’Inghilterra: reclama la strada. Take the street, reclaim the streets.
Il divieto di calcio salva l’intonaco dei muri delle piazze toscane. Protegge le ginocchia, i vetri delle finestre e i gerani sui balconi ma rovina la gioia di vivere in provincia. Crea un silenzio letale nei vicoletti. Rende più vuota anche la giornata della signora che ci tirava indietro il pallone perché le entrava nel cortile. Certo, ci diceva “ve lo buco”. Anche il signore di ottant’anni urlava “domani c’ho da alzarmi presto per andà al lavoro, portate rispetto”. La signora però il pallone non ce lo bucava mai e il vecchietto non andava a lavoro da anni perché era in pensione. Ma ognuno recitava la sua scena madre in quel grande gioco delle parti, in quel teatro che era la vita di strada dei paesi e che oggi sta definitivamente scomparendo.
Lasciandoci tutti davanti al televisore, tristi, solitari e finali.

Alegre-amiantoPubblico un brano da un paper di Francesco Bozzi, studente dell’Università di Utrecht in Italian Contemporary Literature, che si interroga su Luciano Bianciardi e traccia alcune connessioni con la figura di Bartleby lo scrivano e con il precario figlio di un operaio di Amianto, una storia operaia.

 

Bianciardi lo scrittore e il lavoratore Prunetti

di Francesco Bozzi

 

Come abbiamo visto nel paragrafo precedente, Bianciardi lo scrivano, cioè il personaggio protagonista del romanzo La Vita Agra ripercorre le gesta del suo progenitore Bartleby nel cercare di inceppare i meccanismi ben oliati della laborioso produttività capitalista proponendo un’alternativa potenziale che si liberi dal giogo dell’attività lavorativa per farsi ostinata in-azione. Tuttavia, la componente autobiografica del romanzo inevitabilmente interseca le vicende dello scrivano Bianciardi con quelle dello scrittore Bianciardi, cioè di colui che realizza questa potenzialità alternativa in una scrittura di resistenza. In questo senso, analizzando quindi questa seconda traiettoria resistente si intende estendere il concetto resistente non solo al contenuto della scrittura ma all’atto stesso dello scrivere. Attraverso il supporto del concetto di “inoperosità” [désoeuvrement], proposto da Maurice Blanchot ne Lo Spazio Letterario, si paragonerà l'(in)-attività dello scrivere espressa da Bianciardi con quella del suo epigono Alberto Prunetti nel suo romanzo Amianto.

Maurice Blanchot ne Lo Spazio Letterario propone la concezione dell’opera letteraria come un evento che si compie, termina, si perfeziona nel senso etimologico, solo nell’interstizio che separa la sua composizione dalla sua fruizione; essa diventa “essere” nell’ “evento che si compie quando l’opera è l’intimità tra chi la scrive e di qualcuno che la legge” (8). Infatti, ciò che esprime lo scrittore con l’atto scrivente non è un’opera ma un libro. Paradossalmente proprio nel momento in cui il libro diventa opera, lo scrittore ne viene escluso, il suo atto viene espropriato e si compie in uno spazio che non gli appartiene più; “l’opera, alla fine, lo ignora, si richiude sulla sua assenza, nell’affermazione impersonale, anonima che essa è – e niente di più” (9). Espropriando lo spazio del suo compimento dal suo autore, l’opera “lo esclude, fa di lui il superstite, l’inoperoso, l’inoccupato, l’inerte dal quale l’arte non dipende” (10, corsivo mio). In questo senso il passaggio dall’atto scrivente al suo perfezionamento in quanto opera determina un’equivalente trans-formazione dell’attività in in-attività. In questa intercapedine, secondo Blanchot, si consuma questa mutazione ontologica in cui si celebra il paradosso di un potenziamento attraverso l’in-azione, dove “la parola non parla più, ma è, si vota alla pura passività dell’essere” (12). Perciò il concetto stesso di “inoperosità” [désoeuvrement] non mira alla perdita dell’opera ma al contrario l’inoperosità diventa la sorgente, la potenzialità che lo scrittore ricerca ma che il testo raggiunge solo quando lascia la penna del suo creatore. Riprendendo, il concetto di  désoeuvrement, proposto da Blanchot, Giorgio Agamben in The Open, lega l’esperienza estetica alla resistenza politica; infatti, analizzando il dipinto “Le Tre Età dell’Uomo” di Tiziano, il filosofo italiano nota come l’esperienza in-operosa dei due amanti al centro del dipinto fornisca quel compimento, quella soddisfazione della potenzialità che resta invece inappagata e disarticolata dal potere costituito : “their [of the lovers] condition is otium, it is workless {senz’opera}. […] In their fulfillment, the lovers who have lost their mystery contemplate a human nature rendered perfectly inoperative—the inactivity {inoperosità} and désoeuvrement of the human and of the animal as the supreme and unsavable figure of life” (87, corsivo di Agamben). Di conseguenza il processo estetico, l’interstizio contemplativo in cui il testo passa dall’attività alla pura passività dell’opera rappresenta il momento in cui la potenzialità disarticolata, il nichilismo imperfetto del potere viene disabilitato. Come nota Arne De Boever, Agamben sostiene che “art reveals itself […] at this moment as the unworking or désoeuvrement of sovereign power” (154); il momento artistico non si compie quindi come re-azione o ipotesi competitiva nei confronti del sistema politico, ma si pone come potenzialità alternativa che esprime l’inoperosità profonda dell’essere , seguendo la terminologia di Blanchot.

Secondo questa prospettiva se confrontiamo la concezione dell’atto scrivente in Bianciardi e Prunetti possiamo verificare le potenzialità resistenti delle due scritture.

(more…)

Next Page »

  • Admin