di Alberto Prunetti

 

Di solito non rileggo i libri che ho già letto. Penso che la lettura sia un evento irripetibile, legato a certe condizioni emotive e personali. Per questo, mentre leggevo “La lettera sovversiva”, il libro di Vanessa Roghi su “Lettera a una professoressa”, mi sono ritrovato a scoprire che le pagine della scuola di Barbiana, lette a quindici anni, le ricordavo a tratti a memoria. E che ancora una volta, non avevo bisogno di rileggere.

Così ho recensito il libro di Vanessa in una maniera un po’ sperimentale, tentando una recensione narrativa che uscirà domani su Lavoro culturale, mentre mi sto preparando per incontrare Vanessa a Siena: venerdì 17 infatti presenteremo nella sala storica della biblioteca degli Intronati prima il suo documentario su Don Milani e poi il libro edito da Laterza.

Eppure quel libro bianco stampato in una carta porosa dalla Libreria Editrice Fiorentina, quella Lettera che mescolava il pamphlet, l’inchiesta, il genere epistolare, il memoriale, l’invettiva e il saggio, quell’assurdo oggetto narrativo ibrido, che è il genere non riconosciuto dove forse si scrivono le cose più importanti, mi interrogava. E lo faceva dal tavolo della mia scrivania, dove lo avevo lasciato per giorni, assieme a “L’obbedienza non è più una virtù” e “Esperienze pastorali”. Guardavo quel libro ingiallito, con la copertina sporca, e pensavo a me stesso adolescente. Ero proprio come uno di quei ragazzi di Barbiana, timido, introverso, appartenente a una classe subalterna, uno che chiedeva alla scuola se doveva starsene al proprio posto o rubare piuttosto la lingua della cultura ai figli di papà.

Temevo di rileggerlo, quel libro, perché temevo di scoprirmi diverso da quell’adolescente che l’aveva letto ormai tanti anni fa. Provavo a saggiare le pagine a caso e le parole di Barbiana tornavano alla testa come il vino buono quando lo aspiri con la gomma dalla damigiana. Poi chiudevo il libro. Poi lo riaprivo.

Ieri la bimba aveva un po’ di influenza e ha dormito tanto, un sonno lungo e profondo. E complice quel sonno, ho trovato il tempo per mettere gli occhi sulla prima riga della Lettera di Barbiana. Un incipit che non dimenticherò mai. “Cara signora, lei di me non ricorderà nemmeno il nome. Ne ha bocciati tanti. Io invece ho ripensato tanto a lei, ai suoi colleghi, a quell’istituzione che chiamate scuola, ai ragazzi che ‘respingete’. Ci respingete nei campi e nelle fabbriche e ci dimenticate”.

Quando ha risuonato la parola “Babbo!” e la bimba si è svegliata, ero già arrivato in fondo, coi lucciconi agli occhi. Ero diventato un lettore veloce: a quindici anni non avrei finito in due ore un libro. Ormai faccio prima a leggere un libro che a sputà per terra. Vuol dire che con le parole me la cavo meglio di Pierino, il figlio del ricco.

Eppure in questa lettura mi sono riscoperto come il ragazzino ruvido dei miei quindici anni. E avevo i brividi, perché quelle pagine ingiallite mi avevano dato le stesse sensazioni d’un tempo: la voglia di imparare, di andare per il mondo lavorando, di conoscere le lingue e i problemi dei lavoratori. Per rubare come un Titano ai privilegiati l’arsenale delle parole e raccontare il nostro mondo, quello di chi per secoli doveva portare rispetto, di chi doveva studiare solo per filettare viti o zappare la vigna del padrone. Ero io, ero ancora più me stesso di quanto potessi pensare. Senza quel libro, senza quella lettera sovversiva, non ci sarebbe stato il mio “Amianto una storia operaia”, e non ci sarebbe stato neanche il mio prossimo libro.

E ho pensato che quello che sto cercando di fare con le parole, raccontare la storia della working class, di chi sta sotto, di chi non racconta mai la propria storia e si fa raccontare dagli altri, perché questo hanno fatto gli intellettuali borghesi, raccontare operai e contadini e farli noiosi e alienati, quando invece abbiamo parole e storie e vite che non sono le vostre, cari signori, ma che sono importanti e piene di gioia perché il sale della terra siamo noi.

L’ho letto in due ore, quel libro che voleva sovvertire i ricchi e i potenti per innalzare gli umili, perché quella Lettera è scritta con una semplicità disarmante. E non sono riuscito a sottolineare nulla, perché tutto era da sottolineare, perché ogni parola inutile era stata già espunta dal lavoro collettivo di scrittura della scuola di Barbiana.

E quando sono arrivato in fondo, quell’adolescente ha battuto le ciglia perché una bimba lo chiamava babbo e io mi sono sentito padre di tutta un generazione. Di quelli che tra dieci o quindici anni leggeranno quel libro e inventeranno le parole per sortirne tutti assieme, che è la politica e la solidarietà dal basso, contro il privilegio di chi vuol sortirne da solo.

(Domani esce la mia recensione a “La lettera sovversiva” su Lavoro culturale e dopodomani Vanessa Roghi è a Siena. Ne riparliamo)