Non so come commentare. Da una parte è una cosa più importante di qualsiasi premio letterario: trovare il proprio nome sui muri della città che è il simbolo della resistenza e della lotta contro l’amianto. La città in cui i miei genitori per alcuni mesi hanno vissuto prima della mia nascita, perché babbo lavorava alla raffineria Maura, a tre chilometri da Casale Monferrato. E’ una cosa che mi riempie di orgoglio. Dall’altro è una cosa che mi crea rimorso, perché quella è una lotta in cui altri, come Romana, come Bruno, come Nicola, come Luca, come Maria Assunta, come tanti altri casalesi, si sono impegnati da tanti, tanti anni e meriterebbero più di me di stare su quel manifesto. Alcuni a questa lotta hanno dedicato una vita intera e combattono da 35 anni. Poi ci sono i nomi di duemila vittime di Casale che meritano di stare su quel manifesto più di tutti, perché mercoledì si va a parlare di loro in Cassazione. Della loro vita che non c’è più. Del loro respiro, della loro tosse, dei loro nipoti che non hanno potuto giocare a pallone coi nonni. Della memoria che è arrivata prima della giustizia. Di una giustizia che deve dimostrare di non stare dalla parte del più forte ma da quella del più debole, dello sconfitto, del tormentato, di chi subisce i soprusi, non da chi li provoca e poi si nasconde dietro un dito, dicendo non sapevo. E allora mercoledì saremo in tanti, da Casale e da Rubiera e da tutta Italia. Dalla Francia, dalla Spagna, dal Belgio. E dal Brasile, dove l’Eternit continua a stampare ondulini in fibrocemento. Saremo lì, in Cassazione, perché c’era dolo, mica solo colpa. Perché conoscevano i profitti e i danni ma hanno conteggiato solo i primi e hanno socializzato i secondi. Perché noi invece non abbiamo dimenticato né li abbiamo lasciati soli e dopo tanti anni, saremo tutti lì, alle porte della Cassazione, sotto le bandiere dell’Afeva.

di Alberto Prunetti

[Quest’articolo è apparso nell’edizione toscana di la Repubblica lo scorso 30 aprile]

E’ il 1954. La televisione inizia la trasmissione del segnale anche in Italia. In Africa i ribelli Mau Mau lottano contro i colonialisti inglesi. La Jugoslavia cerca un socialismo distinto da quello sovietico. Cary Grant pensa a un nuovo film da girare con Hitchcock. E in Toscana? La notizia forse più rilevante è quella di un’esplosione in una miniera maremmana, a Ribolla, nel pozzo Camorra, dove perdono la vita 43 minatori. Unepisodiochecreeràun’onda di sensazionale emozione e cambierà la vita di molti. Dalle famiglie dei minatori, le vedove e gli orfani, fino a intellettuali come Bianciardi e Cassola che dedicheranno mesi di indagini su quell’evento. Bianciardi arriverà al punto di lasciare la Maremma e di emigrare a Milano, tanto che il protagonista del suo libro più famoso, La vita Agra, giunge a Milano proprio per far saltare il palazzone sede della società estrattiva considerata responsabile del disastro. Una responsabilità mai acclarata in un tribunale perché il processo si chiuse con un niente di fatto. Anzi, con un fatto «che non sussiste». Per quei 43 minatori sembrano quasi valere le parole di Enzensberger, nella traduzione di Fortini: «A schiere dimenticati (…). Non registrati, non decifrabili nella polvere ma scomparsi i loro nomi, i cucchiai, le suole». Non sussistono. La giustizia dimentica, ma i poeti no. A Ribolla lo scorso 13 aprile c’è stato l’annuale raduno dei poeti estemporanei, che tengono viva, tra la Toscana e l’Alto Lazio, la tradizione contadina della poesia d’improvvisazione in ottava rima: inventano endecasillabi sfidandosi a coppie, con una successione metrica precisa e l’obbligo di prendere il filo della rima dove l’ha lasciato l’antagonista. (more…)

Sta per arrivare in libreria la ristampa, in edizione accresciuta, di Amianto, una storia operaia per i tipi di Alegre Edizioni.  Il libro, distribuito a partire dal 7 maggio, contiene un nuovo epilogo inedito e una postfazione con un dialogo a tre (“il triello”) sul libro, condotto da Wu Ming 1, assieme a Girolamo De Michele e al sottoscritto.

Invito i librai che hanno sui propri scaffali ancora la vecchia edizione di Amianto di fare la resa dell’edizione Agenzia x e di ordinare la nuova edizione Alegre. Il distributore di Alegre è PDE e il magazzino dell’editrice ha copie sufficienti per una vasta distribuzione, dal momento che la stampa del libro è tipografica e non digitale.

Questo è il link alla pagina ufficiale di Amianto, una storia operaia: http://ilmegafonoquotidiano.it/libri/amianto

 

Alegre-amianto

Con “Amianto, una storia operaia” mi è stato assegnato il premio “Scrittore toscano dell’anno 2013” .

Quest’intervista con Fulvio Paloscia è stata pubblicata su Repubblica e riporta a caldo alcune considerazioni sul premio e sul senso del mio lavoro di scrittura. Qui il link all’archivio di Repubblica:  http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2013/12/01/prunetti-nel-nome-del-padre.html

<<È STATO concepito a Casale Monferrato, una delle città dove il nome Eternit fa ancora tremare. È nato a Piombino, accanto alle acciaierie. Ha trascorso l’ adolescenza a Follonica, con il fantasma dell’ Ilva sempre negli occhi. Era destino che Alberto Prunetti, 40 anni, scrittore, traduttore e collaboratore di Repubblica Firenze, prima o poi raccontasse l’ esistenza proletaria erosa da una sostanza che di vite ne ha divorate troppe. Solo che il protagonista di Amianto, una vita operaia (edizioni Agenzia X) non è una persona qualunque, ma suo padre, Renato, un «piccolo uomo» che si muove sullo scenario di un grande dramma. Il romanzo ha fatto vincere a Prunetti il premio come “Scrittore toscano dell’ anno”, che gli è stato conferito ieri dal Consiglio regionale: «Ho cominciato questo libro in solitudine parlando di una tragedia familiare, le presentazioni in libreria mi hanno fatto capire che il problema è ancora molto sentito. Ora, questo premio sottolinea la rilevanza sociale di uno sviluppo sbagliato avvenuto negli anni ‘ 60 e ‘ 70, ma di cui solo oggi paghiamo le conseguenze». PRUNETTI, lei è stato definito “scrittore del dissenso”. «Preferisco riconoscermi in quella narrativa critica che vuole riaffermare la prospettiva sociale della scrittura e che mira non solo all’ intrattenimento, ma anche all’ investigazione nella cronaca. Trovare nei fondi degli archivi pubblicio personali frammenti di memoria che vanno in controtendenza con le forme narrative egemoni è un modo per “disseppelire le asce di guerra”, per dirla con Wu Ming.

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 di Alberto Prunetti

Sono passati undici mesi da quando “Amianto, storia operaia” usciva di tipografia, nel giorno stesso in cui un tornado si abbatteva sulle acciaierie di Taranto, uccideva un gruista che non doveva stare su quella gru e portava alla luce sacchi pieni di asbesto e cemento, materiale che secondo tanti esperti non si trova più nelle industrie italiane.  Di “Amianto” si è parlato tanto, per un anno.

 

Inutile dire che il libro è stato una sorpresa: per me, per l’editore, per i lettori. Per il passaparola che ha smosso, per le riletture incrociate tra le generazioni dei genitori e quelle dei figli, per le risposte entusiaste della critica, per le lacrime e le risa che ha suscitato, per i continui passaggi di mano delle copie, per l’incontro tra vecchi operai e giovani precari, che si è realizzato in tante presentazioni. Come non rimanere stupiti quando una piccola storia operaia, di quelle che non sembrano degne né di notizia né di lutto, trova migliaia di lettori che in quella vicenda sembrano riconoscersi? Per mesi ho ricevuto innumerevoli messaggi di persone che mi raccontavano le loro vite, le storie dei genitori, dei nonni. Storie di operai e di contadini, di migrazioni, di nocività e di mutilazioni. E poi storie di precari, di nuove generazioni costrette al nomadismo forzato all’estero. Un bisogno di biografia dal basso per raccontare quel nodo tra vissuto e crisi, tra sacrifici, sogni di emancipazione, boom economico fallito, frustrazioni e malattia. Messaggi di lettori che hanno incontrato il libro e che mi hanno scritto. Un passamano ripetuto tante volte. E poi tante presentazioni, incontri con operai, con studenti, con precari del lavoro intermittente, con i ragazzi delle scuole che lo hanno adottato. Ne ho contate di presentazioni una sessantina, sono sicuramente di più. C’è stato un momento in cui ho detto momentaneamente di no a qualcuno (quando ricevevo tre inviti al giorno), ma poi chi è tornato a farsi vivo sa che ho cercato di fare posto nella mia agenda, gonfia, appesantita. A oggi fino a dicembre è tutto pieno nel mio calendario.

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Questa è la poesia del poeta operaio Fabio Franzin che ho letto durante #Torinounasega3. Cercate le sue poesie perché è veramente bravo.

Marta ha quarantatre anni. / Da venticinque / leviga cornici col tampone, / la carta abrasiva, con questi umili strumenti frega / la vernice dura nelle modanature // del legno; e le è rimasto / come un segno nelle mani: / carezze che graffiano, e unghie / tozze, da uomo. I suoi bei capelli / biondi e ondulati sono ormai // un groviglio di spaghi stopposi / che nessuna parrucchiera potrà / più rimodellare. Quando incontra / le sue coetanee, maestre / o segretarie, le sembrano // tanto più giovani, / le invidia quelle unghie / così rosse e lunghe, i capelli / lisci e luminosi, quelle dita / ben curate, quando se li scostano // dietro le orecchie, gli orecchini. Le / osserva e spesso pensa / al suo destino: tutta una vita / persa a grattare, a grattarsi via dal corpo la bellezza.

di Alberto Prunetti

 

Sono sollevato, almeno con la coscienza (è il portafogli a lamentarsi, par contre): “Amianto” non è finito nella cinquina del premio Campiello, elargito dalla Confindustria veneta. La possibilità c’era ed era concreta. Il libro era tra i cento titoli selezionati nella fase finale dalla giuria dei letterati. Come sia arrivato fin là rimane un mistero: “Amianto, una storia operaia”, che interpreta il tema della morte del padre  con tanto di maledizione verso il padronato, è stato infatti pubblicato da una casa editrice antagonista che ha una piccola nicchia di lettori aficionados tra i centri sociali italiani. Fionde deboli, che non scalfiscono i Golia dell’editoria italiana. Come sarà arrivato quel sasso a sbattere contro i vetri della fondazione veneta? Uno scherzo alla Confindustria da parte di un giurato? Il senso di colpa dei ceti dominanti? Chissà. Certo che poi le cose sono tornate al loro posto. La giuria, riunita lo scorso 31 maggio, afferma che nell’edizione di quest’anno è un motivo forte la narrativa sui padri, ma poi è un padre borghese, mica operaio come il mio, quello che entra in cinquina a rassicurare i finanziatori del premio e a garantire loro sonni tranquilli, privi di perturbanti fibre bianche. Dovrò quindi sudarmeli, i miei diecimila euro all’anno (tanto ricevono i finalisti), piuttosto che guadagnarli in un giorno solo. Ma almeno non saranno i soldi estratti dal sudore e della fatica degli operai. Il mio premio lo ritirerò domani e sarà quello di esser stato invitato a far parte della delegazione di abitanti di Casale Monferrato e di familiari di vittime dell’amianto che andranno a Torino per presenziare alla sentenza d’appello del Processo Eternit. Alla sbarra non c’è una cinquina, sono solo due i candidati e uno, il barone belga, è appena defunto. Rimane il filantropo svizzero. Ma almeno nei prossimi mesi non dovrò trovarmi di fronte gli applausi imbarazzanti di mani che non hanno mai impugnato una mola, anche se dicono d’occuparsi d’industria. Quali mani? Ce lo spiega Romana Blasotti, “la Romana”, la presidente dell’Afeva di Casale Monferrato, che racconta com’è stato accolto di recente il responsabile, sentenza alla mano, della morte degli operai del rogo della Thyssen: “…e poi arrivano questi signori di Confindustria, che si riuniscono in assemblea e fanno un bell’applauso al manager della ThyssenKrupp che è stato condannato per quei sette morti bruciati, a Torino. Lui si è lamentato dei 16 anni, certo, sono troppi per sette morti… Guarda, avrei proprio voluto esserci, sarei andata su tutte le furie. Ma come si permettono di applaudire? È vero che la condanna è giusta solo fino a un certo punto, ma non perché è troppo pesante o troppo leggera: ma solo perché i morti non ritornano”*. Insomma, l’uva del Campiello non è neanche acerba, ma forse il mio stomaco non la digerirebbe bene, troppo acidula e con la scorza intossicata dai veleni: mangiamo il pane nero dei nostri campi e continuiamo le lotte contro i mulini a vento. Je ne mange pas de ce pain-là, scriveva un poeta surrealista francese, dimenticato dai letterati, amato dagli insorti.

PS: la cosa che mi preoccupava di più era il fatto che quelli in cinquina devono presentare il libro in un albergo di lusso a Punta Ala, dove ho fatto il manovale e il giardiniere anni fa. Con che coraggio avrei incrociato lo sguardo dei miei compagni?

(*La citazione è tratta dal libro sul processo Eternit di Giampiero Rossi, “Amianto, processo alle fabbriche della morte”, Melampo, 2012, p. 159. Dello stesso autore segnalo il bel libro “La lana della salamandra, la vera storia della strage dell’amianto a Casale Monferrato”, Ediesse, 2008)

selezione campiello prunetti

Innanzitutto vorrei ringraziare tutti quelli che continuano a scrivermi dopo aver letto “Amianto, una storia operaia”:  Mi sembra che ultimamente stiano diminuendo le lettere di chi scrive per dirmi che non si trova. Vedo allora di fare il punto della situazione su alcuni problemi connessi al libro.

Il problema della reperibilità del titolo. Il libro è stato esaurito per un breve periodo ma è stato ristampato. La casa editrice è una piccola editrice di area antagonista che ha accettato di pubblicare un libro sulla morte di un operaio senza fronzoli vittimisti. Mondadori non l’avrebbe mai fatto. In cambio, per premiare l’editrice, dovete darvi da fare per reperirlo. Se in libreria non lo trovate sugli scaffali, ordinatelo alla cassa dal libraio. Se il libraio non può ordinarlo, è perché ha distribuzioni limitate a poche grandi editrici. Le librerie generaliste (le Feltrinelli, ma anche le piccole indipendenti) possono ordinarlo tranquillamente via PDE in pochi giorni, due-tre giorni, non di più. Se avete problemi a reperirlo scrivete in casa editrice: ordini@agenziax.it.

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“Amianto, una storia operaia” continua a raccogliere recensioni. Ci sono dibattiti in corso sul libro, se ne parla nelle riviste, altre interviste e recensioni stanno per essere pubblicate. Di tutto questo si può trovare un indice di rimandi sulla pagina ufficiale del libro: http://www.agenziax.it/?pid=67&recensione=1&sid=30. Vorrei però lasciare spazio anche ai commenti dei lettori. In particolare a chi non appartiene al mondo della stampa e delle lettere. Mi hanno scritto operai, pensionati, insegnanti, disoccupati, precari, contadine. Non ho potuto rintracciare tutte le lettere arrivate o i messaggi, quindi ho fatto un estratto. A tutti comunque ho risposto e non me ne volete se nella selezione qualcosa è rimasto fuori, ho dovuto per esigenze di spazio fare dei “prelievi” qui e là. Sono riflessioni estranee alla retorica della recensione. Ne do un esempio: solo un operaio poteva scrivere che ho raccontato la mia storia “con la stessa dignità, impegno e dedizione” che mio padre “avrebbe messo in una delle sue saldature. Una di quelle che quando dopo ci fai scivolare le dita sopra, dici che è perfetta.”. Questa cosa mi ha toccato, perché il test delle saldature domestiche del protagonista di “Amianto” lo facevo proprio io. E proprio così: prima Renato passava di piatto il disco della mola sul grumo coagulato, e poi io – quand’era freddo – ci mettevo il dito sopra per vedere se era a posto. Un grazie a Gianluca che ha disseppellito questo mio ricordo quasi dimenticato. Nei prossimi giorni farò una seconda cernita di commenti, prelevandoli da un contesto differente, quello dei blog.

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