Interventi


(Questo articolo è uscito su Repubblica edizione Firenze domenica 19 aprile 2015. Ringrazio il Centro di documentazione Marco Vettori che sabato mattina mi ha messo un pc a disposizione per scriverlo al volo. Nella foto sono ritratti Osvaldo Soriano e il mio amico Osvaldo Bayer.).

soriano_bayerEduardo Galeano si starà rivoltando nella tomba. Osvaldo Soriano, che da qualche parte nel paradiso dei gatti e degli esuli sta palleggiando con una palla fatta di nuvole, riderà del surrealismo involontario degli italiani. In un comune toscano sarà presto affisso un cartello paradossale: “Divieto di calcio ai maggiori di anni undici”.
Sì, Osvaldo, hai sentito bene.
Un tempo c’erano le panchine, i ragazzini che inseguivano un pallone, i vecchi che caricavano una briscola, gli altri che guardavano i lavori di un cantiere improvvisato; le donne che facevano i ferri mentre prendevano il fresco sull’uscio di casa. Si abitavano i gradini delle chiese e i muretti dei parchi. Si creavano forme di convivialità che duravano il tempo di una partitella, di una bevuta, di un giro di carte. E che non costavano nulla.
Si diventava amici in cinque minuti e per costruire relazioni bastava un tango o un supertele. La saracinesca di un garage si trasformava in una porta che valeva quanto San Siro o l’Olimpico. La noia e la solitudine erano mali sconosciuti, echi lontani di grandi metropoli dove per qualche strana ragione migliaia di esseri umani avevano deciso di andare a segregarsi.
Perché nei paesi di un tempo non ci si annoiava mai. Non in provincia, non in quei piccoli centri pieni di bimbetti con le ginocchia sbucciate. Ricordate quando eravamo piccoli? Le croste di sangue alle ginocchia duravano anche tre o quattro anni di seguito. Pallonate, impennate con la bici, frenate sul ghiaino. Lasciavi il pallone solo quando cominciavi a innamorarti della figlia dell’elettricista. Anzi, neanche allora. Perché per farla innamorare dovevi riuscire a farti vedere mentre palleggiavi fino a cento. Poi d’incanto le ginocchia guarivano e ti rovinavi il cuore.
Oggi no, anche nei piccoli borghi rurali, non si sa perché, stare fuori è pericoloso. Strani pericoli che si materializzano soprattutto nella mente di noi adulti vietano ai nostri figli di rovinarsi le ginocchia.
Ossessioni securitarie che alimentano i divieti più bizzarri. Vietate le panchine. Vietate gli scalini. Vietati i birrini. Ovvero, stai a casa, cercati amici virtuali, usa la PlayStation. Anche le partite, da grande, impara a guardarle in tv. Paghi qualcosa e c’è il replay. Non si sa mai cosa può succedere in curva. Di questi tempi poi. Ossessioni che cambiano il modo di fruire un evento. Che costringono a diventare utenti passivi di uno spettacolo. Il bambino che batte il pallone contro un muro rifiuta di essere un utente. Sta dicendo: io sono parte del gioco. Sta rivendicando una pratica tipica della cultura popolare, dall’Italia all’Inghilterra: reclama la strada. Take the street, reclaim the streets.
Il divieto di calcio salva l’intonaco dei muri delle piazze toscane. Protegge le ginocchia, i vetri delle finestre e i gerani sui balconi ma rovina la gioia di vivere in provincia. Crea un silenzio letale nei vicoletti. Rende più vuota anche la giornata della signora che ci tirava indietro il pallone perché le entrava nel cortile. Certo, ci diceva “ve lo buco”. Anche il signore di ottant’anni urlava “domani c’ho da alzarmi presto per andà al lavoro, portate rispetto”. La signora però il pallone non ce lo bucava mai e il vecchietto non andava a lavoro da anni perché era in pensione. Ma ognuno recitava la sua scena madre in quel grande gioco delle parti, in quel teatro che era la vita di strada dei paesi e che oggi sta definitivamente scomparendo.
Lasciandoci tutti davanti al televisore, tristi, solitari e finali.

di Alberto Prunetti

[Quest’articolo è apparso nell’edizione toscana di la Repubblica lo scorso 30 aprile]

E’ il 1954. La televisione inizia la trasmissione del segnale anche in Italia. In Africa i ribelli Mau Mau lottano contro i colonialisti inglesi. La Jugoslavia cerca un socialismo distinto da quello sovietico. Cary Grant pensa a un nuovo film da girare con Hitchcock. E in Toscana? La notizia forse più rilevante è quella di un’esplosione in una miniera maremmana, a Ribolla, nel pozzo Camorra, dove perdono la vita 43 minatori. Unepisodiochecreeràun’onda di sensazionale emozione e cambierà la vita di molti. Dalle famiglie dei minatori, le vedove e gli orfani, fino a intellettuali come Bianciardi e Cassola che dedicheranno mesi di indagini su quell’evento. Bianciardi arriverà al punto di lasciare la Maremma e di emigrare a Milano, tanto che il protagonista del suo libro più famoso, La vita Agra, giunge a Milano proprio per far saltare il palazzone sede della società estrattiva considerata responsabile del disastro. Una responsabilità mai acclarata in un tribunale perché il processo si chiuse con un niente di fatto. Anzi, con un fatto «che non sussiste». Per quei 43 minatori sembrano quasi valere le parole di Enzensberger, nella traduzione di Fortini: «A schiere dimenticati (…). Non registrati, non decifrabili nella polvere ma scomparsi i loro nomi, i cucchiai, le suole». Non sussistono. La giustizia dimentica, ma i poeti no. A Ribolla lo scorso 13 aprile c’è stato l’annuale raduno dei poeti estemporanei, che tengono viva, tra la Toscana e l’Alto Lazio, la tradizione contadina della poesia d’improvvisazione in ottava rima: inventano endecasillabi sfidandosi a coppie, con una successione metrica precisa e l’obbligo di prendere il filo della rima dove l’ha lasciato l’antagonista. (more…)

Sta per arrivare in libreria la ristampa, in edizione accresciuta, di Amianto, una storia operaia per i tipi di Alegre Edizioni.  Il libro, distribuito a partire dal 7 maggio, contiene un nuovo epilogo inedito e una postfazione con un dialogo a tre (“il triello”) sul libro, condotto da Wu Ming 1, assieme a Girolamo De Michele e al sottoscritto.

Invito i librai che hanno sui propri scaffali ancora la vecchia edizione di Amianto di fare la resa dell’edizione Agenzia x e di ordinare la nuova edizione Alegre. Il distributore di Alegre è PDE e il magazzino dell’editrice ha copie sufficienti per una vasta distribuzione, dal momento che la stampa del libro è tipografica e non digitale.

Questo è il link alla pagina ufficiale di Amianto, una storia operaia: http://ilmegafonoquotidiano.it/libri/amianto

 

Alegre-amianto

Una comunicazione importante: sto lavorando al nuovo epilogo della seconda edizione di Amianto, una storia operaia. Dopo un anno che il libro ha camminato con Agenzia X Edizioni, adesso farà altra strada con i tipi di Alegre Edizioni. Non sarà una semplice ristampa. La nuova edizione dovrebbe andare in libreria verso metà maggio. Sono grato a Agenzia x, che ha creduto in questo titolo in un momento in cui gli uffici marketing delle case editrici importanti “non davano segnali positivi” sulla storia di un operaio metalmeccanico morto per un tumore polmonare. La sfida della nuova editrice è quella di portare il libro – in tempi brevi – in contesti più larghi di quelli dei circuiti dei centri sociali: nelle scuole (dove già mi sto attivando per alcuni interventi negli istituti tecnici); nei comitati ambientalisti; nei dopolavoro di fabbrica; nelle università; nei gruppi di lettura. Ovunque. Il libro avrà alcune novità rilevanti. Ci sarà appunto un sostanzioso nuovo epilogo, in cui racconto alcune vicende di cui sono venuto a conoscenza dopo l’uscita della prima edizione. Inoltre l’edizione di Alegre conterrà un dialogo a tre sul libro – un triello – con Wu Ming 1 e Girolamo De Michele, in appendice.
Sui tempi, credo che la nuova edizione dovrebbe essere già a metà maggio in libreria. Prima di questa data le presentazioni saranno poche ma dopo l’uscita mi rimetterò on the road. Con la necessità però di portare avanti un nuovo progetto di scrittura, che al momento va un po’ al rallentatore per i lavori in corso su Amianto e per svariate consegne di traduzioni.

A.P.

PS: mi dicono da Alegre Edizioni che c’è la possibilità, con cento euro, di acquistare le dieci novità di Alegre Edizioni del 2014, tra cui appunto Amianto, una storia operaia e The Frontman, un dissacrante smontaggio del capitalismo filantropico di Bono degli U2, tradotto dal sottoscritto e da Wu Ming 1. In omaggio riceverete l’abbonamento annuale della rivista Letteraria (per cui sto curando un articolo sugli Hijos, i figli dei desaparecidos argentini, scritto a quattro mani con Bruno Arpaia). Purtroppo questa possibilità scade domani: http://www.ilmegafonoquotidiano.it/news/ultimi-giorni-labbonamento-10×10-2014

 di Alberto Prunetti

Sono passati undici mesi da quando “Amianto, storia operaia” usciva di tipografia, nel giorno stesso in cui un tornado si abbatteva sulle acciaierie di Taranto, uccideva un gruista che non doveva stare su quella gru e portava alla luce sacchi pieni di asbesto e cemento, materiale che secondo tanti esperti non si trova più nelle industrie italiane.  Di “Amianto” si è parlato tanto, per un anno.

 

Inutile dire che il libro è stato una sorpresa: per me, per l’editore, per i lettori. Per il passaparola che ha smosso, per le riletture incrociate tra le generazioni dei genitori e quelle dei figli, per le risposte entusiaste della critica, per le lacrime e le risa che ha suscitato, per i continui passaggi di mano delle copie, per l’incontro tra vecchi operai e giovani precari, che si è realizzato in tante presentazioni. Come non rimanere stupiti quando una piccola storia operaia, di quelle che non sembrano degne né di notizia né di lutto, trova migliaia di lettori che in quella vicenda sembrano riconoscersi? Per mesi ho ricevuto innumerevoli messaggi di persone che mi raccontavano le loro vite, le storie dei genitori, dei nonni. Storie di operai e di contadini, di migrazioni, di nocività e di mutilazioni. E poi storie di precari, di nuove generazioni costrette al nomadismo forzato all’estero. Un bisogno di biografia dal basso per raccontare quel nodo tra vissuto e crisi, tra sacrifici, sogni di emancipazione, boom economico fallito, frustrazioni e malattia. Messaggi di lettori che hanno incontrato il libro e che mi hanno scritto. Un passamano ripetuto tante volte. E poi tante presentazioni, incontri con operai, con studenti, con precari del lavoro intermittente, con i ragazzi delle scuole che lo hanno adottato. Ne ho contate di presentazioni una sessantina, sono sicuramente di più. C’è stato un momento in cui ho detto momentaneamente di no a qualcuno (quando ricevevo tre inviti al giorno), ma poi chi è tornato a farsi vivo sa che ho cercato di fare posto nella mia agenda, gonfia, appesantita. A oggi fino a dicembre è tutto pieno nel mio calendario.

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di Alberto Prunetti

 

Sono sollevato, almeno con la coscienza (è il portafogli a lamentarsi, par contre): “Amianto” non è finito nella cinquina del premio Campiello, elargito dalla Confindustria veneta. La possibilità c’era ed era concreta. Il libro era tra i cento titoli selezionati nella fase finale dalla giuria dei letterati. Come sia arrivato fin là rimane un mistero: “Amianto, una storia operaia”, che interpreta il tema della morte del padre  con tanto di maledizione verso il padronato, è stato infatti pubblicato da una casa editrice antagonista che ha una piccola nicchia di lettori aficionados tra i centri sociali italiani. Fionde deboli, che non scalfiscono i Golia dell’editoria italiana. Come sarà arrivato quel sasso a sbattere contro i vetri della fondazione veneta? Uno scherzo alla Confindustria da parte di un giurato? Il senso di colpa dei ceti dominanti? Chissà. Certo che poi le cose sono tornate al loro posto. La giuria, riunita lo scorso 31 maggio, afferma che nell’edizione di quest’anno è un motivo forte la narrativa sui padri, ma poi è un padre borghese, mica operaio come il mio, quello che entra in cinquina a rassicurare i finanziatori del premio e a garantire loro sonni tranquilli, privi di perturbanti fibre bianche. Dovrò quindi sudarmeli, i miei diecimila euro all’anno (tanto ricevono i finalisti), piuttosto che guadagnarli in un giorno solo. Ma almeno non saranno i soldi estratti dal sudore e della fatica degli operai. Il mio premio lo ritirerò domani e sarà quello di esser stato invitato a far parte della delegazione di abitanti di Casale Monferrato e di familiari di vittime dell’amianto che andranno a Torino per presenziare alla sentenza d’appello del Processo Eternit. Alla sbarra non c’è una cinquina, sono solo due i candidati e uno, il barone belga, è appena defunto. Rimane il filantropo svizzero. Ma almeno nei prossimi mesi non dovrò trovarmi di fronte gli applausi imbarazzanti di mani che non hanno mai impugnato una mola, anche se dicono d’occuparsi d’industria. Quali mani? Ce lo spiega Romana Blasotti, “la Romana”, la presidente dell’Afeva di Casale Monferrato, che racconta com’è stato accolto di recente il responsabile, sentenza alla mano, della morte degli operai del rogo della Thyssen: “…e poi arrivano questi signori di Confindustria, che si riuniscono in assemblea e fanno un bell’applauso al manager della ThyssenKrupp che è stato condannato per quei sette morti bruciati, a Torino. Lui si è lamentato dei 16 anni, certo, sono troppi per sette morti… Guarda, avrei proprio voluto esserci, sarei andata su tutte le furie. Ma come si permettono di applaudire? È vero che la condanna è giusta solo fino a un certo punto, ma non perché è troppo pesante o troppo leggera: ma solo perché i morti non ritornano”*. Insomma, l’uva del Campiello non è neanche acerba, ma forse il mio stomaco non la digerirebbe bene, troppo acidula e con la scorza intossicata dai veleni: mangiamo il pane nero dei nostri campi e continuiamo le lotte contro i mulini a vento. Je ne mange pas de ce pain-là, scriveva un poeta surrealista francese, dimenticato dai letterati, amato dagli insorti.

PS: la cosa che mi preoccupava di più era il fatto che quelli in cinquina devono presentare il libro in un albergo di lusso a Punta Ala, dove ho fatto il manovale e il giardiniere anni fa. Con che coraggio avrei incrociato lo sguardo dei miei compagni?

(*La citazione è tratta dal libro sul processo Eternit di Giampiero Rossi, “Amianto, processo alle fabbriche della morte”, Melampo, 2012, p. 159. Dello stesso autore segnalo il bel libro “La lana della salamandra, la vera storia della strage dell’amianto a Casale Monferrato”, Ediesse, 2008)

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di Alberto Prunetti 

 

Italia, nordest, febbraio 2007. Giuliano Bruno è un liceale antifascista. Di ritorno da una manifestazione a Treviso viene aggredito e picchiato da un gruppo di Skinheads neofascisti.
Giuliano non esce più di casa, ha paura.
Da quell’episodio passano alcuni giorni, gli amici lo invitano a uscire. Partono in macchina, vanno verso il centro di Treviso, uno di loro scende, va in cerca di un altro compagno. Poi torna e dice a Giuliano: "Non uscire! Stanno arrivando gli Skinheads!" Arrivano. Aprono la porta della macchina. Giuliano è rimasto dentro assieme a un altro ragazzo. Gli chiedono: "Sei Giuliano Bruno?". "Sì, sono io".
Lo colpiscono con violenza in testa. L’amico prova a difenderlo. Gli rompono il naso.

Dopo la seconda aggressione Giuliano lascia la scuola, non vuole più stare nel trevigiano. Comincia a vagabondare per l’Europa. Partecipa alla manifestazione contro il G8 di Haligendamm, in Germania. Torna in Italia, trova alcuni lavori occasionali. Poi riprende a studiare, questa volta a Trieste.

La mattina del 5 maggio 2008 lo trovano a terra, sotto casa sua. Suicida.

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Violenza, propaganda e deportazione. Un manifesto di scrittori, artisti e intellettuali contro la violenza su rom, rumeni e donne

 La storia recente di questo paese è un susseguirsi di campagne d’allarme, sempre più ravvicinate e avvolte di frastuono. Le campane suonano a martello, le parole dei demagoghi appiccano incendi, una nazione coi nervi a fior di pelle risponde a ogni stimolo creando "emergenze" e additando capri espiatori.

Una donna è stata violentata e uccisa a Roma. L’omicida è sicuramente un uomo, forse un rumeno. Rumena è la donna che, sdraiandosi in strada per fermare un autobus che non rallentava, ha cercato di salvare quella vita. L’odioso crimine scuote l’Italia, il gesto di altruismo viene rimosso.

Il giorno precedente, sempre a Roma, una donna rumena è stata violentata e ridotta in fin di vita da un uomo. Due vittime con pari dignità? No: della seconda non si sa nulla, nulla viene pubblicato sui giornali; della prima si deve sapere che è italiana, e che l’assassino non è un uomo, ma un rumeno o un rom.

Tre giorni dopo, sempre a Roma, squadristi incappucciati attaccano con spranghe e coltelli alcuni rumeni all’uscita di un supermercato, ferendone quattro. Nessun cronista accanto al letto di quei feriti, che rimangono senza nome, senza storia, senza umanità. Delle loro condizioni, nulla è più dato sapere.

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Un commento al mio post “perché scrivere?”: perché no? Replico con una frase del dadaista tedesco George Grosz. Con un piccolo sì e un grande no. Sulle ragioni del sì mi sono già espresso nel post. I “perché no” sono tanti… senza chiamare in causa Rimbaud, penso alla scrittura come a un sedimento quantitativo, il primo attributo del potere nelle civiltà storiche,  un deposito inchiostrato di forme morte che distrugge le culture orali (anche quelle contadine europee). Perché no?… A volte ho la sensazione che scrivere sia staccarsi delle unghie secche dal corpo.

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Perché scrivere? Perché farsi leggere? Mi sono dato una risposta tempo fa: volevo scrivere per trovare complici nel desiderio di vivere la mia vita contro tutto ciò che la minaccia. Scrivere con la stessa leggerezza con cui si beve un bicchiere di vino: per piacere, per scaldarsi il cuore, per diventare molesto. Da allora ho scritto e continuo a scrivere, ho tradotto e traduco ancora, sbattendomi come un pazzo per trovare io stesso autori da tradurre, scrivendo dozzine di lettere a editori, facendomi intermediatore, vergando mail e lettere in inglese, spagnolo, francese, italiano. Ho rotto le palle a editori e autori più noti, e continuerò a farlo, perché la letteratura sommersa, radicale e antagonista, quella che piace a me, possa trovare nuovi lettori italiani. Ho fatto così con i miei scritti e con quegli scritti che in altre lingue mi hanno accelerato il battito cardiaco, mi hanno fatto sentire come se avessi il diavolo in corpo… ho iniziato a far circolare le mie passioni e la mia rabbia attraverso la scrittura, e spero che questa non ne diventi il circuito che la limita, trasformando la rabbia in arte o letteratura e depotenziandone la capacità esplosiva. Pretendo che scrivere e leggere sia un’urgenza vitale, un innesco di emotività e intelligenza non completamente confinabile in quegli oggetti rilegati, o più spesso incollati, che si vendono un tanto a chilo, ormai, nelle librerie. A volte è andata bene, altre volte no. Potassa è stato il mio messaggio nella bottiglia. Qualcuno l’ha raccolto. Continuo a infilare messaggi nelle bottiglie e a scagliarle. Alcuni di questi messaggi li ho scritti io. Altri li hanno scritti persone che stimo, che ho conosciuto magari solo attraverso quella ruminazione che faccio di un testo, quando leggo. La mia è una sorta di fissazione: viaggio, scopro libri, ho un sesto senso per sfondare le porte delle case di autori sconosciuti: anarchici, vecchi ribelli, neo-situazionisti erotomani e anticlericali. Se il loro libro mi piace, inizio a bussare alle porte degli editori, dei redattori, degli autori affermati (per fortuna ce ne sono alcuni disposti a sbattersi per far circolare testi che non hanno fortuna commerciale). Sono stato a lungo un pusher di libri, da quando mi spostavo da un centro sociale all'altro con le cassette piene di edizioni pirate dalle copertine sporche di vino. È quello che mi piace fare, mescolare vino e lettura, passione e scrittura. Tutto il resto è letteratura.

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