Letture e segnalazioni


Alegre-amiantoPubblico un brano da un paper di Francesco Bozzi, studente dell’Università di Utrecht in Italian Contemporary Literature, che si interroga su Luciano Bianciardi e traccia alcune connessioni con la figura di Bartleby lo scrivano e con il precario figlio di un operaio di Amianto, una storia operaia.

 

Bianciardi lo scrittore e il lavoratore Prunetti

di Francesco Bozzi

 

Come abbiamo visto nel paragrafo precedente, Bianciardi lo scrivano, cioè il personaggio protagonista del romanzo La Vita Agra ripercorre le gesta del suo progenitore Bartleby nel cercare di inceppare i meccanismi ben oliati della laborioso produttività capitalista proponendo un’alternativa potenziale che si liberi dal giogo dell’attività lavorativa per farsi ostinata in-azione. Tuttavia, la componente autobiografica del romanzo inevitabilmente interseca le vicende dello scrivano Bianciardi con quelle dello scrittore Bianciardi, cioè di colui che realizza questa potenzialità alternativa in una scrittura di resistenza. In questo senso, analizzando quindi questa seconda traiettoria resistente si intende estendere il concetto resistente non solo al contenuto della scrittura ma all’atto stesso dello scrivere. Attraverso il supporto del concetto di “inoperosità” [désoeuvrement], proposto da Maurice Blanchot ne Lo Spazio Letterario, si paragonerà l'(in)-attività dello scrivere espressa da Bianciardi con quella del suo epigono Alberto Prunetti nel suo romanzo Amianto.

Maurice Blanchot ne Lo Spazio Letterario propone la concezione dell’opera letteraria come un evento che si compie, termina, si perfeziona nel senso etimologico, solo nell’interstizio che separa la sua composizione dalla sua fruizione; essa diventa “essere” nell’ “evento che si compie quando l’opera è l’intimità tra chi la scrive e di qualcuno che la legge” (8). Infatti, ciò che esprime lo scrittore con l’atto scrivente non è un’opera ma un libro. Paradossalmente proprio nel momento in cui il libro diventa opera, lo scrittore ne viene escluso, il suo atto viene espropriato e si compie in uno spazio che non gli appartiene più; “l’opera, alla fine, lo ignora, si richiude sulla sua assenza, nell’affermazione impersonale, anonima che essa è – e niente di più” (9). Espropriando lo spazio del suo compimento dal suo autore, l’opera “lo esclude, fa di lui il superstite, l’inoperoso, l’inoccupato, l’inerte dal quale l’arte non dipende” (10, corsivo mio). In questo senso il passaggio dall’atto scrivente al suo perfezionamento in quanto opera determina un’equivalente trans-formazione dell’attività in in-attività. In questa intercapedine, secondo Blanchot, si consuma questa mutazione ontologica in cui si celebra il paradosso di un potenziamento attraverso l’in-azione, dove “la parola non parla più, ma è, si vota alla pura passività dell’essere” (12). Perciò il concetto stesso di “inoperosità” [désoeuvrement] non mira alla perdita dell’opera ma al contrario l’inoperosità diventa la sorgente, la potenzialità che lo scrittore ricerca ma che il testo raggiunge solo quando lascia la penna del suo creatore. Riprendendo, il concetto di  désoeuvrement, proposto da Blanchot, Giorgio Agamben in The Open, lega l’esperienza estetica alla resistenza politica; infatti, analizzando il dipinto “Le Tre Età dell’Uomo” di Tiziano, il filosofo italiano nota come l’esperienza in-operosa dei due amanti al centro del dipinto fornisca quel compimento, quella soddisfazione della potenzialità che resta invece inappagata e disarticolata dal potere costituito : “their [of the lovers] condition is otium, it is workless {senz’opera}. […] In their fulfillment, the lovers who have lost their mystery contemplate a human nature rendered perfectly inoperative—the inactivity {inoperosità} and désoeuvrement of the human and of the animal as the supreme and unsavable figure of life” (87, corsivo di Agamben). Di conseguenza il processo estetico, l’interstizio contemplativo in cui il testo passa dall’attività alla pura passività dell’opera rappresenta il momento in cui la potenzialità disarticolata, il nichilismo imperfetto del potere viene disabilitato. Come nota Arne De Boever, Agamben sostiene che “art reveals itself […] at this moment as the unworking or désoeuvrement of sovereign power” (154); il momento artistico non si compie quindi come re-azione o ipotesi competitiva nei confronti del sistema politico, ma si pone come potenzialità alternativa che esprime l’inoperosità profonda dell’essere , seguendo la terminologia di Blanchot.

Secondo questa prospettiva se confrontiamo la concezione dell’atto scrivente in Bianciardi e Prunetti possiamo verificare le potenzialità resistenti delle due scritture.

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Con “Amianto, una storia operaia” mi è stato assegnato il premio “Scrittore toscano dell’anno 2013” .

Quest’intervista con Fulvio Paloscia è stata pubblicata su Repubblica e riporta a caldo alcune considerazioni sul premio e sul senso del mio lavoro di scrittura. Qui il link all’archivio di Repubblica:  http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2013/12/01/prunetti-nel-nome-del-padre.html

<<È STATO concepito a Casale Monferrato, una delle città dove il nome Eternit fa ancora tremare. È nato a Piombino, accanto alle acciaierie. Ha trascorso l’ adolescenza a Follonica, con il fantasma dell’ Ilva sempre negli occhi. Era destino che Alberto Prunetti, 40 anni, scrittore, traduttore e collaboratore di Repubblica Firenze, prima o poi raccontasse l’ esistenza proletaria erosa da una sostanza che di vite ne ha divorate troppe. Solo che il protagonista di Amianto, una vita operaia (edizioni Agenzia X) non è una persona qualunque, ma suo padre, Renato, un «piccolo uomo» che si muove sullo scenario di un grande dramma. Il romanzo ha fatto vincere a Prunetti il premio come “Scrittore toscano dell’ anno”, che gli è stato conferito ieri dal Consiglio regionale: «Ho cominciato questo libro in solitudine parlando di una tragedia familiare, le presentazioni in libreria mi hanno fatto capire che il problema è ancora molto sentito. Ora, questo premio sottolinea la rilevanza sociale di uno sviluppo sbagliato avvenuto negli anni ‘ 60 e ‘ 70, ma di cui solo oggi paghiamo le conseguenze». PRUNETTI, lei è stato definito “scrittore del dissenso”. «Preferisco riconoscermi in quella narrativa critica che vuole riaffermare la prospettiva sociale della scrittura e che mira non solo all’ intrattenimento, ma anche all’ investigazione nella cronaca. Trovare nei fondi degli archivi pubblicio personali frammenti di memoria che vanno in controtendenza con le forme narrative egemoni è un modo per “disseppelire le asce di guerra”, per dirla con Wu Ming.

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Corriere Nazionale, 30 dicembre 2012, Morire d’amianto nel tempo del dolore di Marino Magliani

 

Quelli come Alberto Prunetti li chiamano gli autori della narrativa militante. Traducono gli argentini come Osvaldo Bayer e i loro libri anarchici, parlo di Severino Di Giovanni , libri odiati dai militari in tempo di junta assassina. Quelli come Prunetti scrivono Il fioraio di Perón, le strade e i moli di Buenos Aires, le piazze e i carri, ma poi quando guardano sotto i nostri cieli raccontano cosa vedono e allora leggiamo le nostre ferite, il nostro pus. Che narrativa è la narrativa che qualcuno chiama militante e altri la dicono necessaria? Valerio Evangelisti, che ha scritto la prefazione di Amianto, inizia così: “Avete tra le mani un libro terribile e bellissimo”. E purtroppo non è un’iperbole: Amianto è terribile perché di dolore ne racconta a vagonate.

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Futbologia, blog di critica radicale applicata al calcio, ha pubblicato un mio articolo autobiografico sul calcio operaio che incollo di seguito:

Ho cominciato a dar calci al pallone per non cadere sull’asfalto di un campo da gioco operaio. Per rimanerci in piedi, anche se ero solo un bambino, in quel “campo”. Un campo senza erba o terra, un campo d’asfalto. Cadere significava rovinarsi. Io sono riuscito a cadere una sola volta e mi sono guadagnato una frattura guarita in novanta giorni tra gesso e fasciatura stretta. Aggiungo solo che il bastardo che mi ha falciato non era un avversario ma un compagno di squadra a cui non avevo passato la palla. Ancora oggi è uno dei miei migliori amici. Questo campo d’asfalto, che produceva vittime quotidiane, era proprio all’interno di una fabbrica dismessa, l’ex-Ilva di Follonica. Forse giocare in una ferreria era un modo per abituarsi da piccoli agli infortuni sul lavoro.

 

Continua a leggere l’articolo quihttp://blog.futbologia.org/2012/06/14/calcio-operaio-nucleo-allenamento-giovani-calciatori/

 

 

Ho tra le mani due opere di Marilù Oliva, comparse quest’anno a distanza di pochi mesi. La prima è il noir “Tú la pagáras” (Roma, Elliot, 2010), la seconda il saggio “Cent’anni di Márquez” (Bologna, CLUEB, 2010).

Il primo che ho letto è il noir. Un noir ha – spesso in maniera centrale, talvolta in modo più marginale – a che fare con un crimine. Ma il crimine non è sempre un fatto di sangue, un episodio specifico di violenza. A volte criminose sono le azioni di un gruppo di attori sociali, o addirittura l’organizzazione di gruppi di potere, legali o meno, occulti o meno, che agiscono in una società. Su questo punto tornerò tra poche righe.

Innanzitutto voglio dire subito che il bel romanzo di Marilù Oliva ha tanti meriti. Potrei sottolineare almeno tre carte che mi sembrano determinanti: la fluidità della lettura (il libro si beve, letteralmente), la tensione dei dialoghi, mai artificiosi e spesso magistralmente tessuti per fare da contrappunto alla prosa narrativa, e infine la capacità dell’autrice di lavorare sull’idioletto della criminologia, cioè sul lessico tecnico di chi si occupa di medicina legale e di tanatologia.

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Inserisco alcune note, segnalazioni e recensioni su "Il fioraio di Perón" di Alberto Prunetti:

_L’introduzione di Massimo Carlotto:
http://www.stampalternativa.it/lettera22.php?categoria=…

_La scheda sul sito di Stampa Alternativa, con la quarta di copertina di Valerio Evangelisti:
http://www.stampalternativa.it/libri/978-88-6222-109-2/…

_La recensione di Alessandra Riccio su Arcoiris TV (e sul numero di ottobre, di prossima uscita, di Latinoamerica): http://domani.arcoiris.tv/?p=8038

_Un’intervista sul blog di Luca Gricinella, giornalista musicale di Alias:
http://blaluca.wordpress.com/2010/07/29/il-fioraio-di-p…

_La segnalazione di Daniele Barbieri:
http://danielebarbieri.wordpress.com/2010/03/05/libri-a…

La segnalazione di Marco Rovelli su L’Unità:
http://cerca.unita.it/data/PDF0115/PDF0115/text5/fork/r…

_La recensione di Alessandro Angeli: http://potassa.noblogs.org/post/2010/05/07/il-fioraio-d…

_la segnalazione sul blog di Antonella Beccaria:
http://antonella.beccaria.org/2010/01/10/il-fioraio-di-…

_la scheda su marsal@.it:
http://a.marsala.it/rubriche/tra-le-righe/11470-qil-fio…

_la recensione di Angelica Graziano: http://www.mangialibri.com/node/6148

Una recensione di Alessandro Angeli 

[Apparsa sul numero di giugno 2010 di Maremma Magazine. Segnalo la presentazione del libro a Massa Marittima sabato 8 maggio alle 17.30, presso il Museo Archeologico] A.P.  

La storia di un viaggio sulle tracce di una vita intermedia, sospesa e consumata tra due paesi distanti nella geografia, ma vicini nel sangue. La vita di Cosimo Guarrata, fioraio siciliano che nel 1924 si imbarcò per cercare fortuna in America Latina. Quasi un secolo dopo suo nipote Alfredo, inebriato dalla lettura del romanzo Patagonia rebelde, di Osvaldo Bayer, decide di mollare gli indugi e si mette a ripercorrere le tappe dello zio per risolvere la questione della sua eredità. I due viaggi sembrano procedere in parallelo, sebbene quello di Cosimo sia finito da anni e quello di Alfredo invece appena iniziato. Perché nel racconto le due vite anche se inconciliabili cronologicamente sono speculari. (more…)

Eccoci. Dopo mesi alquanto incasinati, e una serie continua di viaggi dentro e fuori l’Europa, torno a farmi vivo per segnalare alcuni progetti che finalmente sono riuscito a portare a termine. Innanzitutto è uscita Paura del buio? una antologia di cartoline contro i progetti securitari di questa bella democrazia della sorveglianza. Sul retro di ogni cartolina c’è racconto breve. Uno è mio. Tra quelli che mi sono sembrati più interessanti segnalo i contributi  di reginazabo e Antonella Beccaria. Gli altri progetti li indico in breve, perché nei prossimi giorni tornerò a illustrarli in maniera più dettagliata. Quasi in contemporanea usciranno due libri a cui ho dedicato le sudate carte degli ultimi anni. Uno è la mia traduzione/adattamento della Patagonia rebelde di Osvaldo Bayer. L’altro è il mio romanzo "argentino", Il fioraio di Perón, che uscirà per Stampa Alternativa. Nei prossimi giorni presenterò queste due pubblicazioni. Saluti da Bombay, India.

 

[Finalmente è uscita in USA e Gran Bretagna per Wiley-Blackwell la International Encyclopedia of Revolution and Protest, curata da Immanuel Ness, che vede anche un mio contributo nella voce dedicata a Osvaldo Bayer. Di seguito allego una mia recensione dell’enciclopedia, tratta da Carmillaonline] A.P.

Sta per uscire la International Encyclopedia of Revolution and Protest: 1500 to the Present, una monumentale enciclopedia delle insurrezioni, delle rivoluzioni e delle proteste popolari ai quattro angoli del pianeta: dalle lotte anticoloniali in India alle rivolte contadine in Bolivia, dagli scioperi insurrezionali in Patagonia alle ribellioni dei lavoratori tropicali delle piantagioni di banane. E poi ancora le lotte per i diritti comunitari indigeni, le guerre di liberazione, le proteste per i diritti umani, i movimenti studenteschi e i raduni contro il G8, passando attraverso Pancho Villa e i Mau Mau.

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[Riprendo da Carmilla una mia intervista a Giuseppe Faso.]

Giuseppe_carmilla.JPGGiuseppe Faso è uno dei più attenti osservatori dei fenomeni di razzismo che — a livello istituzionale e popolare — stanno ammorbando l’atmosfera del sedicente “bel paese”. Sono riuscito a intervistarlo per Carmilla strappando un po’ di tempo a una campagna fitta di presentazioni del suo Lessico del razzismo democratico (Deriveapprodi, 2008), di cui Carmilla ha già dato notizia pubblicando alcuni brani (qui e qui).

_(Alberto Prunetti)Nel titolo del tuo libro parli di esclusione. Sicuramente il processo di esclusione sociale sembra attraversare tante storie di vita dei migranti. Eppure, se proviamo a guardare a quanto sta accadendo con un’ottica più grandangolare, la sensazione è che ci troviamo di fronte a una sorta di “inclusione differenziata”, subalterna. Che ne pensi?

(Giuseppe  Faso) Certo, la maggior parte delle volte (e per la maggior parte delle agenzie coinvolte) la mira va all’inclusione subordinata – e magari gerarchizzata. Il termine “esclusione” conserva, mi pare, una sua utilità, perché comunque è attraverso l’esclusione, evidente e documentabile, dai diritti che si ottiene un’inclusione subalterna – che per quanto plausibilissima e da me condivisa rimane un’interpretazione. Ma è più che probabile che gli “stranieri” non li si cacci davvero via, li si vuole piuttosto sottomessi e a basso costo.

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