Ci so, eh!

Eccoci. Dopo mesi alquanto incasinati, e una serie continua di viaggi dentro e fuori l'Europa, torno a farmi vivo per segnalare alcuni progetti che finalmente sono riuscito a portare a termine. Innanzitutto è uscita Paura del buio? una antologia di cartoline contro i progetti securitari di questa bella democrazia della sorveglianza. Sul retro di ogni cartolina c'è racconto breve. Uno è mio. Tra quelli che mi sono sembrati più interessanti segnalo i contributi  di reginazabo e Antonella Beccaria. Gli altri progetti li indico in breve, perché nei prossimi giorni tornerò a illustrarli in maniera più dettagliata. Quasi in contemporanea usciranno due libri a cui ho dedicato le sudate carte degli ultimi anni. Uno è la mia traduzione/adattamento della Patagonia rebelde di Osvaldo Bayer. L'altro è il mio romanzo "argentino", Il fioraio di Perón, che uscirà per Stampa Alternativa. Nei prossimi giorni presenterò queste due pubblicazioni. Saluti da Bombay, India.

 


International Encyclopedia of Revolution and Protest

[Finalmente è uscita in USA e Gran Bretagna per Wiley-Blackwell la International Encyclopedia of Revolution and Protest, curata da Immanuel Ness, che vede anche un mio contributo nella voce dedicata a Osvaldo Bayer. Di seguito allego una mia recensione dell'enciclopedia, tratta da Carmillaonline] A.P.

Sta per uscire la International Encyclopedia of Revolution and Protest: 1500 to the Present, una monumentale enciclopedia delle insurrezioni, delle rivoluzioni e delle proteste popolari ai quattro angoli del pianeta: dalle lotte anticoloniali in India alle rivolte contadine in Bolivia, dagli scioperi insurrezionali in Patagonia alle ribellioni dei lavoratori tropicali delle piantagioni di banane. E poi ancora le lotte per i diritti comunitari indigeni, le guerre di liberazione, le proteste per i diritti umani, i movimenti studenteschi e i raduni contro il G8, passando attraverso Pancho Villa e i Mau Mau.

 (Continua)


Potassa su yaduende

[Segnalo una recensione di Potassa e L'arte della fuga sull'interessante sito Yaduende, un progetto critico e creativo sulla scrittura]

di It

 

Usata per fiammiferi, saponi e esplosivi, la potassa è un agente corrosivo, qualcosa che allarga i suoi confini, blandendo e lacerando quelli altrui. Non è il potente lavorìo dell'acqua, né il suo lento scavare nella roccia, è il deflagrare, l'irrompere e lo squartare, è il gioco, la danza del fuoco.

Se qualcuno volesse farsi un'allegra carrellata fra i poeti briganti e la sbirranza fascista dell'inizio secolo scorso nella Maremma, con qualcuno che racconta storie colorite, che non sono solo archivio, romanzo storico o fouilletton, che abbiamo un tono e un colore, una partecipazione, del sentimento narrativo, della passione, che scorre tra le parole, le incursioni di Alberto fanno al caso suo.

 (Continua)


Un articolo su Alberto Prunetti

Sul numero di Maremma Magazine di luglio 2008 un articolo di Alessandro Angeli sull'opera finora edita di Alberto Prunetti, corredato da alcune foto di Stefano Pacini.

Per leggerlo cliccate su questo link:

alberto prunetti maremma magazine.pdf

 (Attenzione! Per non so quale diavoleria informatica, cliccando col tasto sinistro il link non viene aperto. Consiglio quindi di usare il tasto destro e scaricare il file pdf sul proprio hard-disk, e solo a quel punto aprirlo col visualizzatore pdf. Scusate.)


Strategie d'esclusione. Un'intervista con Giuseppe Faso

[Riprendo da Carmilla una mia intervista a Giuseppe Faso.]

Giuseppe_carmilla.JPGGiuseppe Faso è uno dei più attenti osservatori dei fenomeni di razzismo che — a livello istituzionale e popolare — stanno ammorbando l’atmosfera del sedicente “bel paese”. Sono riuscito a intervistarlo per Carmilla strappando un po’ di tempo a una campagna fitta di presentazioni del suo Lessico del razzismo democratico (Deriveapprodi, 2008), di cui Carmilla ha già dato notizia pubblicando alcuni brani (qui e qui).

_(Alberto Prunetti)Nel titolo del tuo libro parli di esclusione. Sicuramente il processo di esclusione sociale sembra attraversare tante storie di vita dei migranti. Eppure, se proviamo a guardare a quanto sta accadendo con un’ottica più grandangolare, la sensazione è che ci troviamo di fronte a una sorta di “inclusione differenziata”, subalterna. Che ne pensi?

(Giuseppe  Faso) Certo, la maggior parte delle volte (e per la maggior parte delle agenzie coinvolte) la mira va all’inclusione subordinata – e magari gerarchizzata. Il termine “esclusione” conserva, mi pare, una sua utilità, perché comunque è attraverso l’esclusione, evidente e documentabile, dai diritti che si ottiene un’inclusione subalterna – che per quanto plausibilissima e da me condivisa rimane un’interpretazione. Ma è più che probabile che gli “stranieri” non li si cacci davvero via, li si vuole piuttosto sottomessi e a basso costo.

 (Continua)


Giuliano Bruno su Carta

Segnalo la pubblicazione sul settimanale Carta n° 20, del 26 giugno 2008, di uno speciale di 7 pagine dedicato alla morte di Giuliano Bruno, con un articolo mio (vedi post precedente) e uno di Osvaldo Bayer.


Giuliano Bruno: la secessione da un'epoca vile

giulianobruno.JPG

di Alberto Prunetti 

 

Italia, nordest, febbraio 2007. Giuliano Bruno è un liceale antifascista. Di ritorno da una manifestazione a Treviso viene aggredito e picchiato da un gruppo di Skinheads neofascisti.
Giuliano non esce più di casa, ha paura.
Da quell’episodio passano alcuni giorni, gli amici lo invitano a uscire. Partono in macchina, vanno verso il centro di Treviso, uno di loro scende, va in cerca di un altro compagno. Poi torna e dice a Giuliano: "Non uscire! Stanno arrivando gli Skinheads!" Arrivano. Aprono la porta della macchina. Giuliano è rimasto dentro assieme a un altro ragazzo. Gli chiedono: "Sei Giuliano Bruno?". "Sì, sono io".
Lo colpiscono con violenza in testa. L'amico prova a difenderlo. Gli rompono il naso.

Dopo la seconda aggressione Giuliano lascia la scuola, non vuole più stare nel trevigiano. Comincia a vagabondare per l’Europa. Partecipa alla manifestazione contro il G8 di Haligendamm, in Germania. Torna in Italia, trova alcuni lavori occasionali. Poi riprende a studiare, questa volta a Trieste.

La mattina del 5 maggio 2008 lo trovano a terra, sotto casa sua. Suicida.

 (Continua)


Il triangolo nero/nessun popolo è illegale

Violenza, propaganda e deportazione. Un manifesto di scrittori, artisti e intellettuali contro la violenza su rom, rumeni e donne

 La storia recente di questo paese è un susseguirsi di campagne d'allarme, sempre più ravvicinate e avvolte di frastuono. Le campane suonano a martello, le parole dei demagoghi appiccano incendi, una nazione coi nervi a fior di pelle risponde a ogni stimolo creando "emergenze" e additando capri espiatori.

Una donna è stata violentata e uccisa a Roma. L’omicida è sicuramente un uomo, forse un rumeno. Rumena è la donna che, sdraiandosi in strada per fermare un autobus che non rallentava, ha cercato di salvare quella vita. L'odioso crimine scuote l'Italia, il gesto di altruismo viene rimosso.

Il giorno precedente, sempre a Roma, una donna rumena è stata violentata e ridotta in fin di vita da un uomo. Due vittime con pari dignità? No: della seconda non si sa nulla, nulla viene pubblicato sui giornali; della prima si deve sapere che è italiana, e che l’assassino non è un uomo, ma un rumeno o un rom.

Tre giorni dopo, sempre a Roma, squadristi incappucciati attaccano con spranghe e coltelli alcuni rumeni all'uscita di un supermercato, ferendone quattro. Nessun cronista accanto al letto di quei feriti, che rimangono senza nome, senza storia, senza umanità. Delle loro condizioni, nulla è più dato sapere.

 (Continua)


Nuova traduzione: "Guitar Army" di John Sinclair

Una segnalazione: è appena uscito per Stampa Alternativa Guitar Army. Il '68 americano tra gioia e rivoluzione, che è poi la mia traduzione di "Guitar Army", la raccolta di scritti di John Sinclair, attivista politico degli anni Sessanta e manager del leggendario gruppo pre-punk MC5. Il libro è corredato da una splendida copertina di Matteo Guarnaccia e da una postfazione di Vito Laterza.


La sinistra in guerra

Segnalo la pubblicazione di un libro molto importante, La sinistra in guerra, di Gaspare De Caro e Roberto De Caro, per le edizioni Colibrì di Milano (pp. 288, 12 euro). Una parte del libro è già stata pubblicata su Carmilla. Una recensione del libro si trova qui.


Un piccolo sì e un grande no

Un commento al mio post “perché scrivere?”: perché no? Replico con una frase del dadaista tedesco George Grosz. Con un piccolo sì e un grande no. Sulle ragioni del sì mi sono già espresso nel post. I “perché no” sono tanti… senza chiamare in causa Rimbaud, penso alla scrittura come a un sedimento quantitativo, il primo attributo del potere nelle civiltà storiche,  un deposito inchiostrato di forme morte che distrugge le culture orali (anche quelle contadine europee). Perché no?… A volte ho la sensazione che scrivere sia staccarsi delle unghie secche dal corpo.

 (Continua)


Perché scrivere?

Perché scrivere? Perché farsi leggere? Mi sono dato una risposta tempo fa: volevo scrivere per trovare complici nel desiderio di vivere la mia vita contro tutto ciò che la minaccia. Scrivere con la stessa leggerezza con cui si beve un bicchiere di vino: per piacere, per scaldarsi il cuore, per diventare molesto. Da allora ho scritto e continuo a scrivere, ho tradotto e traduco ancora, sbattendomi come un pazzo per trovare io stesso autori da tradurre, scrivendo dozzine di lettere a editori, facendomi intermediatore, vergando mail e lettere in inglese, spagnolo, francese, italiano. Ho rotto le palle a editori e autori più noti, e continuerò a farlo, perché la letteratura sommersa, radicale e antagonista, quella che piace a me, possa trovare nuovi lettori italiani. Ho fatto così con i miei scritti e con quegli scritti che in altre lingue mi hanno accelerato il battito cardiaco, mi hanno fatto sentire come se avessi il diavolo in corpo… ho iniziato a far circolare le mie passioni e la mia rabbia attraverso la scrittura, e spero che questa non ne diventi il circuito che la limita, trasformando la rabbia in arte o letteratura e depotenziandone la capacità esplosiva. Pretendo che scrivere e leggere sia un’urgenza vitale, un innesco di emotività e intelligenza non completamente confinabile in quegli oggetti rilegati, o più spesso incollati, che si vendono un tanto a chilo, ormai, nelle librerie. A volte è andata bene, altre volte no. Potassa è stato il mio messaggio nella bottiglia. Qualcuno l’ha raccolto. Continuo a infilare messaggi nelle bottiglie e a scagliarle. Alcuni di questi messaggi li ho scritti io. Altri li hanno scritti persone che stimo, che ho conosciuto magari solo attraverso quella ruminazione che faccio di un testo, quando leggo. La mia è una sorta di fissazione: viaggio, scopro libri, ho un sesto senso per sfondare le porte delle case di autori sconosciuti: anarchici, vecchi ribelli, neo-situazionisti erotomani e anticlericali. Se il loro libro mi piace, inizio a bussare alle porte degli editori, dei redattori, degli autori affermati (per fortuna ce ne sono alcuni disposti a sbattersi per far circolare testi che non hanno fortuna commerciale). Sono stato a lungo un pusher di libri, da quando mi spostavo da un centro sociale all'altro con le cassette piene di edizioni pirate dalle copertine sporche di vino. È quello che mi piace fare, mescolare vino e lettura, passione e scrittura. Tutto il resto è letteratura.


Scritti inediti

Ecco l’elenco ragionato degli scritti che tengo nel cassetto (per i testi pubblicati si può fare riferimento alla categoria scritti editi e alla bibliografia). Il termine "romanzo" nelle righe che seguono va inteso in maniera non convenzionale. Forse sarebbe più opportuno parlare di "oggetto-narrativo".  Comunque gli inediti sono questi:

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Traduttori ancora uno sforzo...

Tradurre è un'opera di artigianato. Richiede fatica, concentrazione, capacità cognitive, sperimentazione. E soprattutto esperienza. Il traduttore è l'eterno assente, l’invisibile della letteratura, uno che presta le proprie parole a un altro. Sarebbe tempo che i traduttori trovassero la propria visibilità, facendo della propria precarietà e del diritto a una vita degna di questo nome una questione extra-letteraria. Scendendo insomma al fianco di tutti quelli, dai baristi ai pizzaioli, dagli spazzini agli insegnanti, che non ne possono più di barattare la propria esistenza per un salario. E invece continuiamo ad attendere alle nostre “ribaltature” per un compenso risibile, un tanto a cartella per cedere il "diritto del nome" "sull'oggetto del proprio ingegno". .. Quanto a me, ecco alcuni titoli che ho tradotto. In alcuni casi li ho proposti io stesso agli editori. In altri, sono stato scelto per affinità, o per caso (e l'affinità si è creata dopo). Non sono tutti i titoli che ho tradotto. Sono solo quelli che più ho avuto interesse a tradurre: ho lasciato perdere sia le traduzioni tecniche (non vi interessa sapere come si scindono le proteine del fegato del merluzzo, vero?) che le traduzioni elaborate in situazioni di stress (tempi di consegna troppo brevi, impossibilità di dialogare con la redazione). Non sono troppo contento dei miei esordi: tradurre è scrivere sotto condizioni, e a me questo risulta difficile. D'istinto mi ribello, vorrei riscrivere. Ho imparato a scardinare un testo e rimontarlo, come farebbe un ebanista. Il mestiere si ruba cogli occhi e s’impara col cuore, dicevano i vecchi guardiani di vacche delle parti mie. Tradurre, è un po’ la stessa cosa.


La traduzione è un furto che ci arricchisce tutti

Nel 2005 in Argentina ho intervistato un portavoce di una organizzazione di Mapuche di Neuquen (Patagonia). L’intervista si è svolta in spagnolo, e io ne ho ricavato un articolo in italiano che è un testo derivato di quella conversazione (e ogni testo derivato, a mio parere, è una traduzione). Già nel corso della nostra chiacchierata il mio interlocutore aveva tradotto alcuni concetti dal mapudungun, la lingua dei Mapuche, allo spagnolo. Io poi ho tradotto e adattato l’intervista dallo spagnolo all’italiano. Pubblicata ne “Il Manifesto” del 30 luglio 2005, l’intervista è stata ripresa dalla rivista nordamericana “Green Anarchy”, in traduzione inglese, nel numero dell’autunno del 2005.

 (Continua)