“Amianto, una storia operaia” continua a raccogliere recensioni. Ci sono dibattiti in corso sul libro, se ne parla nelle riviste, altre interviste e recensioni stanno per essere pubblicate. Di tutto questo si può trovare un indice di rimandi sulla pagina ufficiale del libro: http://www.agenziax.it/?pid=67&recensione=1&sid=30. Vorrei però lasciare spazio anche ai commenti dei lettori. In particolare a chi non appartiene al mondo della stampa e delle lettere. Mi hanno scritto operai, pensionati, insegnanti, disoccupati, precari, contadine. Non ho potuto rintracciare tutte le lettere arrivate o i messaggi, quindi ho fatto un estratto. A tutti comunque ho risposto e non me ne volete se nella selezione qualcosa è rimasto fuori, ho dovuto per esigenze di spazio fare dei “prelievi” qui e là. Sono riflessioni estranee alla retorica della recensione. Ne do un esempio: solo un operaio poteva scrivere che ho raccontato la mia storia “con la stessa dignità, impegno e dedizione” che mio padre “avrebbe messo in una delle sue saldature. Una di quelle che quando dopo ci fai scivolare le dita sopra, dici che è perfetta.”. Questa cosa mi ha toccato, perché il test delle saldature domestiche del protagonista di “Amianto” lo facevo proprio io. E proprio così: prima Renato passava di piatto il disco della mola sul grumo coagulato, e poi io – quand’era freddo – ci mettevo il dito sopra per vedere se era a posto. Un grazie a Gianluca che ha disseppellito questo mio ricordo quasi dimenticato. Nei prossimi giorni farò una seconda cernita di commenti, prelevandoli da un contesto differente, quello dei blog.

G.M.,

Alberto, ti dico: con le differenze che territori diversi impongono, la tua storia è in parte anche la mia storia. Mio padre è ancora qui che mi gira intorno e speriamo che campi cent’anni, ma anche lui ha buttato la sua vita in fabbrica. dagli 8 anni in poi, attraverso la soda caustica in svizzera, poi in uno stabilimento qui in provincia per più di 30 e poi ancora a nero in un’altra fabbrica per dieci anni: meccanico tornitore; operaio specializzato dalle mani enormi. poi ha passato il testimone a me, ma l’ho tenuto solo per 5 anni: sono andato sotto col corpo e con la testa e ho mollato. dentro mi porto questo orgoglio che viene da lontano, che sono fibre non di amianto ma di dignità.

Io sono stato operaio sul ciclo continuo ho sfornato milioni di piatti e bicchieri in plastica, ho respirato gli scarti della lavorazione del marmo per 5 anni (sì, questi bastardi ce la facevano mettere nella mescola del polistirolo per risparmiare sulle materie prime) e ancora oggi mi capita che per caso mi ritrovi tra le mani uno dei piatti su cui ho buttato il sangue. Li riconosco, non esagero, sono figli miei. Puntualmente il timbro sulla confezione mi dà ragione

 

Barbara S. insegnante

Il libro è arrivato. Ho iniziato a leggerlo ieri sera, appena la mia emicrania ha deciso di darmi tregua. Sono arrivata ai tuoi incontri con il calabrese e ho già riso e pianto. Mi sembra un buon risultato dopo appena quaranta pagine. Grazie per la dedica, l’inferno piombinese è anche il mio e anche se non porto sulle spalle quella fatica e ho il pivilegio di usare la penna invece che le mani per vivere, anche io sono figlia di quelle fabbriche.

 

Fabrizio G.

come un cazzotto nello stomaco, il tuo Amianto.

anche mio padre ha lavorato per vent’anni come metalmeccanico, e tutto quel che ne consegue. S’è salvato ma non riesce a capacitarsi di come, ché i suoi ex colleghi uno a uno se ne vanno.

Lui c’ha perso il suo, di padre, in cantiere, a Civitavecchia. Lavoravano senza misure di sicurezza. Ed è caduto, ed è morto come non si dovrebbe morire. Lavorando pei padroni bèceri.

Grazie per averlo scritto, questo libro.

 

Fabio M.

ho letto “amianto”, mi ha commosso, mi ha fatto sorridere, tornare indietro nel tempo fino a quando ero bambino, mi ha fatto ricordare situazioni, episodi, parole ma soprattutto mi ha coperto di rabbia e tristezza, come se fossi sotto il telo grigio che usava Renato per “proteggersi”.

Non avresti potuto fare omaggio più grande a tuo padre, portare fiori non serve a niente, curare gli oggetti, le parole, il coraggio e la fatica di Renato, trasmetterli, analizzare in poche pagine la situazione politica, sociale che ci circonda e ricordarci che ormai siamo anestetizzati è un atto di amore verso di lui, verso te stesso e verso noi tutti che viviamo in questa società.

 

Gianni N.

Sono livornese ma da sempre legato a Piombino tramite nonni zii e cugini. Per un breve periodo ho anche lavorato al deltasider: esperienza tra le più formative ed inquietanti. Ho letto il tuo libro e l’ho trovato veramente bello ed interessante.

 

Fabio R.

ho terminato ora ora il tuo nuovo lavoro, un libro davvero bello per questa testimonianza ma soprattutto come hai parlato con spirito tipico livornese la storia di tuo padre. Ho lavorato due anni in raffineria come coibentatore e pontista, per due anni ho respirato lana di vetro e gas vari, solo due anni e mi sono bastati. Lii ho perso due parenti. Ora è da qualche anno che non si verificano gravi incidenti ma la situazione non è assolutamente cambiata si rischia la vita ogni giorno. A livorno ho la fama tra i compagni di essere un pessimista ma vedendo cosa sta succedendo a taranto e non solo coma posso non esserlo?

 

Mino F.

In un pomeriggio a Firenze e in un viaggio in treno verso Asti leggo e finisco Amianto. L’ho divorato questo libro, con una fame incredibile nonostante il raffredore e i decimi di febbre. Amianto è una potente saga familiare maremmana e Renato mi sembra di averlo conosciuto davvero. A dispetto del titolo il racconto non è uno sterile saggio anche se a tratti Renato e Alberto dispensano saggezza: il sogno-tagliando è utile per tutti gli automobilisti. Oltre al fatto che faccia piangere e ridere ecc, ecc Amianto rappresenta l’epopea operaia di un uomo sullo sfondo della storia italiana dal boom economico agli anni ’80 e ’90. L’aneddotica inesauribile travolge il lettore: la carriera calcistica di Alberto e gli anni a scuola con la rivoluzione metallica, i viaggi di Renato con i treni di mezza Italia e poi i suoi ritorni. E poi l’amianto e i silenzi di tutta la classe dirigente. La seconda parte della lettura avviene sull’intercity Pisa-Asti. Dopo Genova la linea ferroviaria risale lo Scrivia, passando vicino proprio dalle parti di Busalla. Nel mio scompartimento sono in compagnia di due mamme con rispettivi figlioli. Improvvisamente incomincio a ridere con una risata quasi isterica. Le brave donne guardano me e la copetina del libro. Penso che pensino che sia uno che non sta tanto bene con la testa. Come si può ridere leggendo un libro dal titolo Amianto?! Vaglielo a spiegare che sono arrivato alla degenza di Renato che fingendosi handicappato alle gambe simula il miracolo. Dagli spari al faggiano ai bracconieri che minacciano i rigoristi, dall’ “urne de’ forti” alla fine di Renato che Alberto prende in braccio. Si arriva alla fotografia che impressione la pellicola ma rimane lì. Alberto immagina il jolly roger che sventola e io penso a zio Pierino, pensionato ILVA di Taranto che è ancora vivo nonostante 35 anni di altiforni. Il libro è finito, dal finestino scorre l’alta Padana. Asti è vicina. Ho pensato a tante cose Alberto, alcune che volevo scriverti le ho dimenticate.  Il libro, senza retorica, è un piccolo capolavoro, è un fiume in piena che non può essere etichettato con genere, stile, ecc. Il vernacolo fra l’altro è utilizzato in maniera magistrale. Avevo già letto l’Arte della fuga che mi aveva colpito notevolemente (l’ho comprato in una libreria dell’Elba insieme a Tortuga di Evangelisti).

 

Plinio M., insegnante in pensione

La narrazione acquista così anche il taglio realistico di un’indagine socioeconomica. Senza mai perdersi, tuttavia, nei cieli dell’astrazione e rimanendo sempre radicata nella concretezza del vivere umano con le sue speranze e le sue pene. Speranze e pene raccontate senza illusioni e senza romanticismi, in maniera diretta e realistica, nella lingua immediata, concreta e (ove occorra) opportunamente blasfema, parlata dalla gente

 

Luciana B, contadina in pensione

“A te Alberto la manualità dell’ulivatura o della stesura della pizza non ti pesano né ti sminuiscono e credo che sia proprio questa tua predisposizione al Troncamacchioni che rende libera e pulita la scrittura. Io non m’intendo di poesia né di letteratura, però col sentire mio, ti dico che il dolore per questa morte annunciata e mai denunciata da chi dovrebbe salvaguardarci, te caro Alberto l’hai trasformata in poesia”.

Pier Carlo B.,

Ciao, il tuo amianto mi ha commosso fino alle lacrime, anche perché avevo parenti all’Ilva di Savona

 

M.M.,

Ieri mi sono bevuto tutto Amianto e aveva il gusto di una buona grappa: brucia senza grattare e senza coprire il sapore.